giovedì 5 aprile 2012

Final Fantasy wears Prada

Sarà per via della crisi, o della polemica inerente lo sfruttamento ed il mancato pagamento delle modelle (di cui ho avuto modo di parlarvi qui). O probabilmente Miuccia si è bevuta il cervello. Non riesco a trovare altre motivazioni.
La perplessità nasce dalla notizia che il marchio Prada ha vestito dei personaggi famosi in occasione dei festeggiamenti per i loro 25 anni di successi. Fin qui niente di strano: vestire vip, attori, prezzemolini di genere vario è l'attività principale dei pr dei principali brand del lusso. Peccato che qui non si stia parlando di persone in carne ed ossa, ma piuttosto in pixel e cg (computer grafica). E mica si tratta di super Mario con annessi principesse e funghetti, bensì dei personaggi di Final Fantasy XIII-2, il videogame che ha conquistato il popolo degli smanettoni della playstation per complessità di gioco, trama e grafica.
Il progetto nasce in collaborazione con il magazine per uomini Arena Homme plus, che ha pensato bene di proporre questo insolito sodalizio tra la casa di produzione SQUARE ENIX e la casa di moda italiana più famosa nel paese del Sol Levante. Detto fatto, e nel giro di pochissimo, i protagonisti del fantasy game più venduto al mondo, hanno abbandonato i loro abiti da guerrieri, per vestire quelli griffatissimi della collezione maschile Spring/Summer 2012 di Prada, con risultati a volte insoliti (vedi la protagonista Lightning, innegabilmente una ragazza, vestita con abiti da uomo).

...you free your mind in your androginy... (via gaming-age.com)
E mentre in un photo shoot virtuale, eroi dei videogiochi posano come modelli consumati, Prada tira le somme di quello che, a ben vedere, risulta essere una strategia promozionale finalizzata alla conquista del mercato asiatico. La propensione per la casa di moda milanese verso il Sol Levante è evidente: dalla quotazione alla Borsa di Hong Kong, fino all'apertura di ben 25 esercizi commerciali nell'ex impero celeste. Ormai il mercato asiatico risulta pesare di più nell'ambito dei ricavi complessivi del gruppo Prada, che ha registrato un aumento delle vendite nell'estremo oriente del 50% solo nel 2011. A ciò aggiungici la quota di consumatori relativamente giovani e con elevata disponibilità di spesa (i famosi nuovi ricchi con gli occhi a mandorla: ereditieri, imprenditori, professionisti con meno di 40 anni e conti in banca di tutto rispetto). Sono probabilmente gli stessi che, a fine giornata si concedono una partita al loro videogame preferito.

Miuccia, ma 'sta camicia? Sarò virtuale ma mica fesso! (via gaming-age.com)


E infine, vuoi mettere i vantaggi? Lightning e sodali sono belli, affascinanti, sempre giovani e magri, persino già ritoccati con photoshop. Non si lamentano se fanno orari di lavoro antelucani e non pretendono di essere pagati. A trovarla manovalanza così, in questi tempi bui...

mercoledì 4 aprile 2012

Vedo, prevedo, stravedo

Io solo un terno al lotto non prendo. Davvero. Magari anche un Gratta e Vinci, meglio ancora un 5+1 e mi sistemo a vita. Già, perchè l'avevo detto. Avevo dato sfogo ai miei deliri da puparuola/analista delle dinamiche del fashion system e avevo detto la mia proprio qui : gli innegabili vantaggi del co-branding. Praticamente una spiegazione dovevo darmela, del perchè il mercato del fast fashion pulluli di collaborazioni e perchè una grande maison si presti a vedere il proprio nome associato a magliettine di cotone a 9,90 euro. I vantaggi per il brand di lusso sono evidenti: più visibilità e penetrazione in una fascia di consumatori che per età, capacità di spesa o territorio non conoscono il marchio in questione (o magari solo di nome).

Emblematico è stato il caso Versace: attraversata una crisi nel 2009, con calo delle vendite e conti in rosso, l' ad Ferraris ha dato il via, con il consenso della biondissima Donatella, ad una vera e propria ristrutturazione finanziaria per risanare le casse della maison e porre le basi del rilancio internazionale. Tagliati i costi di qualsiasi comparto, tranne marketing e comunicazione e ufficio stile. Da qui, probabilmente, saranno partiti gli accordi per la collaborazione con H&M (che secondo rumors era stata più volte rifiutata da Donatella in tempi passati, complice il timore di svilire troppo il brand). I risultati della collaborazione sono evidenti: snobbata da molti, la collezione Versace for H&M è andata comunque sold-out, alimentando in molti nuovi consumatori il gradimento verso la Medusa.
Due cifre rendono l'idea della grande rimonta operata da Versace: i ricavi del 2011 si attestano sopra i 300 milioni di euro, mentre i conti non sono più in rosso, con un aumento netto degli utili  di 8,5 milioni di euro. Gli investimenti in comunicazione si sono rivelati, quindi, vincenti, e per sopperire a strategie che potevano intaccare il brand (vedi alla voce: ho collaborato con un retailer svedese) ecco il ritorno all'alta moda, con la sfilata di Haute Couture a Parigi lo scorso Gennaio.

E fin qui tutto regolare. Ma i vantaggi per H&M invece? Al di là del sold-out per la capsule collection (che diventa quasi ovvio nel momento in cui un brand di lusso collabora con te)? Profeticamente avevo parlato del vantaggio nell'acquisire nuovi bozzetti, nel creare una sorta di database stilistico a cui attingere. Forse un'altra delle mie stupidaggini, eppure guardate qua

strane somiglianze... (via hm.com e graziadaily.co.uk)

e ditemi voi. Se non sono uguali, sono maledettamente simili. Si ecco, magari quello di Versace ha delle decorazioni sui fianchi, e quello della Conscious Collection sull'orlo e sul davanti... ma siamo lì. Il colore è quello e a questo punto penso anche il materiale (tutto da dimostrare). E così gli svedesi fanno anche forti economie di scala, visto che le materie prime sono quelle della stagione precedente. Nel frattempo il marchio aumenta le sue proposte stilistiche e le diversifica: non si fanno solo jeans qui, ma anche abiti con una certa attenzione al taglio, a costi contenuti, un look da red carpet a prezzi da mall.


Tradizionalmente, si dice che siano gli italiani i furbetti del quartierino europeo, eppure ultimamente gli svedesi sembrano di gran lunga superarli: ma d'altronde, da gente che è in grado di convincere il mondo ad arredare casa con tavolini e mobili dai nomi impronunciabili, dopo aver penato mezza giornata per montarli, non posso aspettarmi altro.

 
p.s. ho le prove che i due abiti siano perfettamente confondibili: quando ho caricato l'immagine mi sono accorta di aver invertito le etichette e ho dovuto correggerla con il photoshop :P

martedì 3 aprile 2012

H&M Group: la moda che venne dal freddo

Lo ammetto: sono una maledetta impicciona. Mi piace informarmi, sapere, conoscere...  proprio impicciarmi (inutile, non esiste termine più appropriato). Così quando ho letto la notizia che il colosso svedese H&M ha annunciato il lancio di una nuova catena di abbigliamento (con un posizionamento di prezzo leggermente più alto, ma non al punto da definirlo un luxury brand), la prima domanda è stata: ma perchè, quante altre ce ne sono? E così, dopo un pò di tapping compulsivo sulla tastiera ecco i risultati della mia ricerca: 5 catene di abbigliamento (che diventeranno 6 nel 2013, appunto), circa 2.500 negozi in 44 mercati e l'obiettivo di aumentare i propri punti vendita del 10-15% all'anno.

In questi primi mesi del 2012, il colosso del fast-fashion ha chiuso con un +3% con vendite stimate intorno ai 3 milioni di euro, nonostante l'aumento del costo delle materie prime che sembra non abbiano fatto registrare l'aumento di utili stimato dagli analisti. Poco importa: il brand nord-europeo, nato nel 1947, è sempre più deciso a scalzare la spagnola Zara dalla posizione di predominanza nei mercati internazionali. Da qui la scelta di diversificare l'offerta, lanciando diverse catene di abbigliamento, tutte autonome e complementari dal punto di vista dell'offerta, così da coprire un range sempre più vasto di consumatori. Da qui anche il lancio di un nuovo marchio con prezzi e qualità (si suppone) leggermente superiori: persino la maniaca dello shopping meno attenta al portafogli può notare infatti come Zara ed H&M si posizionino su due fasce di prezzo diverse. Secondo indiscrezioni di Fashionista , il nuovo brand potrebbe chiamarsi & Other Stories
...

Un minuto di silenzio, vi prego.

Davvero il nome più brutto e senza senso che si possa dare ad un marchio. Spero sinceramente sia una bufala.
Tralasciando il marchio di punta e soprattutto gli improbabili nuovi brand in arrivo, ecco quali sono le proposte cheap&chic del gruppo, dalla Svezia con amore.

COS: secondogenito della famiglia, il marchio COS rappresenta la risposta concettuale e di design del gruppo, per gli appassionati delle linee pulite e degli abiti essenziali. Uno stile minimalista, anche nei prezzi (nonostante siano leggermente più alti rispetto a quelli di H&M) che rappresenta una grande scommessa per il Ceo Karl-Johan Persson, che ha annunciato recentemente la scelta di puntare proprio su questo marchio per una nuova espansione nei mercati internazionali. Sarà questione di poco, quindi, e poi i primi store COS apriranno i battenti anche in Italia.

COS Lookbook s/s 2012 (via cosstores.com)

Monki: insieme a COS rappresenta il secondo marchio scelto dal gruppo per l'espansione internazionale. Al momento ha aperto punti vendita in Germania, UK, Hong Kong, oltre che nel Nord Europa, ma l'obiettivo sembra sia anche il mercato americano e italiano (speriamo!). A differenza di H&M e del fratello minore e concettuale COS, vanta proposte stilistiche più easy, giovani e creative (alla fine del post un piccolo assaggio) a prezzi decisamente più contenuti.


Monki s/s 2012 (via monki.com)

Weekday: con punti vendita sparsi in tutto il Nord Europa, veicola il lato più sporty e facile del gruppo, puntando molto sullo streetwear e il denim. Fa parte del marchio anche Cheap Monday, il brand che ha rivoluzionato la vestibilità del jeans in tutto il mondo: skinny, sottile e a vita alta.
MTWTFSS Weekday Lookbook s/s 2012 (via weekday.se)
Con una simile espansione commerciale, risulta difficile pensare ad un altro competitor che possa spartirsi il mercato (soprattutto europeo) assieme a Zara e H&M: logico quindi che i due big stiano agendo in modo da sottrarre l'un l'altro quote di un mercato che, ormai, è nelle loro mani. E se Zara ha il vantaggio di produrre operando forti economie di scala (leggi: faccio t-shirt e jeans senza affidarmi a terzisti, procurandomi da solo le materie prime) H&M ha dalla sua l'attenzione al prodotto, disponendo di un team di giovani stilisti operanti nelle collezioni di tutti i marchi e di una strategia di comunicazione (a mio avviso) vincente. Nessun altro gruppo del fast fashion fa un utilizzo così attento dei media, dal corporate magazine distribuito nei punti vendita e online, al canale youtube, che sforna video a ritmo costante, senza dover obbligatoriamente parlare di eventi strettamente legati al marchio. Così, ogni articolo, post, video non sembra una promozione sfacciata del marchio (anche se un pò in realtà lo è) ma semplicemente un info, uno spunto, totalmente slegato e indipendente dal contesto promozionale.

Ma visto che non posso continuare a cianciare di mercati, profitti e affini, e devo in qualche modo dare sfogo alla mio lato frivolo e spendaccione, ecco qui degli ottimi motivi, a mio modestissimo avviso, per cui Monki batte di gran lunga gli altri brand della grande famiglia svedese (H&M è fuori dai giochi in quanto padrino, quindi sacro e intoccabile)

Vi prego di notare il grande sforzo..anche perchè non l'ho fatto con Polyvore!
1. Watermelon clutch per essere chic e ironiche anche dal cocomeraio (termine improprio per definire quei banchetti posti sul ciglio delle strade, nelle ridenti cittadine costiere del Sud, dove puoi gustare una bella fetta di anguria in una location molto spartana).

2. Cloud ring sono nuvole? Panna montata? Chissenè, sono anelli e anche molto belli.

3. Cubanello sono un grandissima copywriter, lo so, (o una grandissima demente, a voi la scelta) ma questo anello dalle linee pulite ed essenziali è dedicato a tutte quelle che anelano ad un sano rigore nella propria vita, almeno sulle dita.

4. Banana bag fa molto Prada dell'anno scorso, ma suvvia, non siate delle fashion addicted. Potete sempre dire che serve per tenere buono il vostro fidanzato gorillone.

i +3 rimanenti motivi sono gli outfit, scelti secondo precisi requisiti: colore (perdutamente innamorata dell'arancio quest'anno) stampe (ma quanto sono belli quei leggings?) e desideri reconditi (splendida tuta ma, davvero, quella scollatura non saprei proprio come riempirla).
Il motivo che però batte tutti è il prezzo: da brava puparuola oculata, ho silenziosamente esultato apprendendo che la clutch, ad esempio, potrebbe essere mia per 20 euro (+9 euro di spese di spedizione). Ci sto pensando, giuro.







p.s. Noto con piacere che l'autorevolezza che sfoggio mentre snocciolo dati e cifre, viene meno quando si parla di moda o, più banalmente, di cose che mi piacciono.
Spero di migliorare.


UPDATE: The Cut ha confermato, il nuovo marchio si chiamerà & Other Stories... non mi esprimo.

lunedì 2 aprile 2012

Provaci ancora Yamamay!

Non c'è pace nei cieli di Gallarate. La Inticom S.p.a. , big italiano del settore intimo e beachwear  ha annunciato la prossima testimonial per la campagna pubblicitaria estiva targata Yamamay. Ed immediatamente è scattata la polemica. Niente da fare, a quanto pare sembra che l'azienda non sappia proprio scegliere chi possa rappresentarla: se tempo fa, infatti, la capsule collection di Chiara Ferragni aveva scatenato i dissensi più sfrenati del popolo del web, adesso quello stesso popolo (costituito principalmente da potenziali consumatori, non dimentichiamolo) si dichiara molto insoddisfatto riguardo la scelta della nuova testimonial, Federica Pellegrini.

Federica Pellegrini per Yamamay (via yamamay.com)

"Cosa fa Federica quando non nuota?" colleziona sponsor, evidentemente. Tra contratti con Enel, Emporio Armani, Barilla (i Pavesini per intenderci) e altri sponsor tecnici, la Pellegrini di sicuro ha ben capito come far fruttare al meglio la propria immagine, il cui valore sembra sia passato dai 2 ai 4 milioni di euro (questa la cifra che la"creatura d'acqua dolce" incassa grazie a questo pacchetto di sponsor).  E alla vigilia delle Olimpiadi bisogna spingere il piede sull'acceleratore. Yamamay è solo l'ultimo marchio, in ordine di tempo, ad aver scelto l'atleta, oro a Shangai nei 400 e 200 metri stile libero. E allora, perchè tutte queste polemiche? A differenza della Ferragni che l'ha preceduta, la Pellegrini è un'atleta, una ragazza vincente che ha raggiunto determinati traguardi per meriti personali e non certo per fortuna. E nonostante questo, i consumatori non sembrano propendere per lei. Lungi dal raggiungere le feroci critiche e le stroncature per l' "insalatina bionda",  Yamamay si è vista comunque costretta a rispondere a commenti non proprio favorevoli.
Il problema sembra risiedere in una percezione precisa dell'atleta veneta: lungi dalle polemiche nazional-sportive (Fede che si rifiuta di fare la portabandiera alle Olimpiadi) e dai pruriginosi gossip della scorsa estate (Fede che stava con Luca Marin, ma lo lascia per Filippo Magnini, epperò già aveva una tresca con lui ecc...) l'atleta veneta risulta poco adatta a rappresentare un'azienda di intimo perchè "poco sensuale". Tralasciando l'antipatia verso il personaggio, sentimento parzialmente condiviso da chi ha commentato sul blog e sulla pagina fb di Yamamay.
Io quoto la proposta della Fornero come nuova testimonial! (commenti sulla pagina fb di Yamamay)

 
Si insinua il dubbio di indagini di mercato sbagliate...

Le foto sembrano dare man forte a chi non ritiene la Pellegrini adatta ad indossare i sensuali  e femminili completi dell'azienda, e rafforzano la convinzione già maturata in tempi passati, di un utilizzo troppo disinvolto e sfacciato del photoshop (Celebre il caso di Isabella Ferrari in uno spot girato da Paolo Sorrentino, in cui c'è tutto tranne l'ombelico dell'attrice). Scelta incoerente, vista la strategia promossa ultimamente dal marchio, alla ricerca di donne vere e carismatiche invece delle solite modelle. E se il consumatore volesse invece le modelle? Se la ragazza che sfoglia distrattamente una rivista preferirebbe vedere una modella (bellissima e anche photoshoppata) invece di un'attrice/nuotatrice/blogger(dio ce ne scampi!) che si presuppone ricopra un ruolo talmente diverso da quello di mannequin, da non curarsi del rotolino che sporge e della cellulite che affiora, e con esse l'azienda stessa? Un pò come la celeberrima campagna Dove, con donne vere e imperfette (delicatamente ritoccate) e fiere di esserlo. Cannata anche, la scelta di prendere un'atleta e metterle du'straccetti addosso: in clima di Olimpiadi, risulta essere la scelta più praticata, ma anche  molto scontata. 

c'è qualcosa di strano in quella vita...

Diciamo che dopo il caso Ferragni, un pò di accortezza ci voleva insomma. Personalmente, trovo non felice l'atmosfera della campagna stessa: la Pellegrini è a mio avviso una splendida ragazza e un'atleta di tutto rispetto. Da ex-nuotatrice, so come cambia il corpo, sottoposto ad allenamenti intensi: spalle larghe e busto imponente. Di sicuro non ci troviamo di fronte ai canoni di bellezza e sensualità veicolati dalla moda/pubblicità/società (seno in evidenza, vita sottile, braccia e gambe esili). Difficile veicolare un'immagine sensuale nella misura più banale e canonica, se mancano i requisiti di fondo. Decisamente fingo di non vedere gli scatti con il tricolore drappeggiato addosso: falle cantare Fratelli d'Italia e struggiamoci tutti nel più perfetto stile sentimental-patriottico-sportivo. Eppure esistono tanti tipi di sensualità: perchè puntare su quella più tradizionale? Se si sceglie di operare una rottura dei soliti schemi nella scelta del testimonial, tanto vale continuare fino in fondo. La Pellegrini è una nuotatrice, non una modella, e come tale andrebbe veicolata. Determinate pose, ammiccamenti, trucco e parrucco da femme fatale non le si addicono.Soprattutto in un momento in cui nient'altro può essere se non  un'atleta (vedi alla voce Olimpiadi di Londra). Lo sguardo languido e la bocca semichiusa lasciamoli a Gisele & co.

Altra nota dolente, forse la più grave, è la gestione della percezione del pubblico, con relativi commenti, circa la nuova testimonial. Archiviato lo scivolone del cancellare commenti e bannare relativi autori dai social network del marchio, Yamamay sceglie di dare democraticamente voce a tutti e rispondere ai commenti negativi. Tutti. Nello stesso identico modo. Questo:

Brand philosophy a manetta!

Un pò come un nastro registrato, o un adorabile pappagallino che ripete sempre la stessa solfa. Ma i social network non sono uno strumento unilaterale per veicolare informazioni, devono stabilire connessioni, tessere relazioni... ma voi vi mettereste a fare allegramente conversazione con una voce registrata? Da sempre i brand, soprattutto quelli che attraversano una fase di espansione internazionale, devono fare i conti con la necessità di essere facilmente raggiungibili dai consumatori: lasciare l'ambito freddo della contabilità, dei fatturati e diventare sempre più umani, reali e tangibili, come la signora del bar giù all'angolo, o la vostra migliore amica con cui fate incetta di culotte e brasiliani (lo so che lo fate, lo so :P). La solfa è la stessa: rispondere facendo riferimento alla propria brand philosophy. Sforzo encomiabile, ma non sufficiente. Almeno, se si cambiasse un pò la struttura, evitando il "copia-incolla", il consumatore si sentirebbe più partecipe e inserito in un contesto di comunicazione face-to-face.
Con un pc fastidiosamente in mezzo certo, ma questa è la dura legge del 2.0.

giovedì 29 marzo 2012

Spray up your necklace!

Bentornati alla fiera della creatività. Conscia che non avrei abbandonato così, senza combattere, la neonata sezione del DIY, eccomi qui a mostrarvi il mio secondo progetto. Lungi da me ingannarvi, spacciandolo come farina del mio sacco: l'idea parte infatti da Geneva, splendida fashion blogger di apair&aspare e redattrice della sezione DIY di Harper's BAZAAR Australia, che però non è proprio una fashion blogger... diciamo che è più una diyer blogger, una che con le sue abili e sapienti manine, per esempio, prende un semplice tessuto e ci ricava uno splendido abito lungo. Aggiungici che vive a Hong Kong, patria della merce più svariata a basso costo, e capisci come fa a reperire materiale cheap per trasformarlo in roba decisamente chic, il tutto senza dissanguarsi (che di questi tempi è tutto grasso che cola!) Capitata per caso sul suo blog, sono rimasta letteralmente folgorata da questa

DIY Neon collar necklace (via apairandaspare)
Una splendida collana giallo neon! Io adoro il giallo neon (anche se fa a pugni con la mia carnagione, chissene...) lavogliolavogliolavoglio...LA DEVO AVERE! Quindi, armata di tanta pazienza, creatività e buona volontà, mi sono procurata l'occorrente e ho iniziato il mio secondo progetto.

In un colorificio ho acquistato due bombolette di vernice acrilica spray (consiglio l'acrilico perchè va via con l'acetone, quindi, se combinate qualche disastro, potete sempre riparare), più difficile è stato procurarsi una collana adatta, soprattutto economica. Si perchè le solite collane da mercato non m'entusiasmavano e trovare un girocollo da poco si è rivelata essere un impresa. La mia scelta, quindi, è ricaduta su un pezzo non proprio economicissimo



Chocker della collezione di JLo in supersaldo a 70% da Coin...e menomale altrimenti mi sarei dissanguata! Un girocollo che mi è piaciuto da subito, però tutto quel metallo lo appesantiva troppo: un ottimo candidato per la mia customizzazione.


Ho disposto fuori all'aperto (per evitare intossicazioni e puzza di pittura perenne in casa) una serie di fogli di giornale, ho protetto con il nastro carta le maglie della collana che non volevo dipingere, un pò per non esagerare con il giallo, un pò perchè ho pensato che a lungo andare, con la frizione dei pezzi, la vernice sarebbe potuta andare via.


Ho spruzzato prima uno strato di vernice bianca, per fare una base chiara e omogenea in modo da far risaltare il giallo. La tecnica è quella indicata da tutti: movimenti dal basso verso l'alto e da sinistra a destra, ad una certa distanza, per evitare che il colore risulti non omogeneo e di conseguenza coli.


Ho aspettato un'ora circa, prima che la vernice fosse completamente asciutta, poi ho passato un secondo strato di vernice gialla (e intanto calava la sera...). Il risultato finale è questo


uno splendido choker (girocollo) giallo vivo, entrato di diritto tra le mie collane preferite, per tre semplici motivi: è colorato, è unico, ma soprattutto, l'ho fatto io!



mercoledì 28 marzo 2012

Per una Banana Dolce perse le staffe

Vi giuro che appena ho letto la notizia sono stata preda di risate compulsive. Non l'hanno presa  così sportivamente  Stefano Dolce e Domenico Gabbana. La coppia di stilisti ha infatti citato in giudizio presso l'alta corte del Capo Occidentale, la 60enne Mijou Beller, proprietaria di un negozio di gioielli e monili tribali in Sudafrica. L'accusa è di aver utilizzato impropriamente il marchio Dolce&Gabbana, facendosene beffa: questo perchè l'elegante signora ha pensato bene di chiamare il proprio gift shop "Dolce&Banana".

Una vecchia insegna del giftshop di Cape Town, oggi rinominato "...&Banana"

I fatti risalgono allo scorso Gennaio, quando, scoperto lo scherzoso plagio, i legali degli stilisti hanno convocato la proprietaria di fronte al giudice, obbligandola all'immediata modifica del marchio. Cosa che la signora ha prontamente effettuato, cambiando l'insegna in "...& Banana". Basta poco che ce vò? Tuttavia, le scaramucce legali sembra fossero iniziate già 6 anni fa, quando il marchio sinonimo del glamour Made in Italy nel mondo, si era già pronunciato contro la Beller, che d'altro canto, aveva risposto tramite il suo legale, specificando che Dolce&Gabbana non aveva alcun marchio registrato nel settore della gioielleria e che comunque non esisteva nessun negozio Dolce&Gabbana  in Sudafrica.

La proprietaria Mijou Beller all'interno del suo negozio (via iol.co.za.com)


Nonostante la vicenda, la signora, di origini francesi ma residente in Sudafrica da diversi anni, ha dichiarato che le sue intenzioni non erano affatto diffamatorie: la scelta del nome sembra fosse nata dall'intento di inventare "un nome glamorous con un tocco africano". E oltre alla sconfitta, la beffa: la compagnia pretende, infatti, che sia la stessa Beller a pagare le spese legali, per una cifra di 100.000 rand, pari a quasi 10.000 euro, una cifra irrisoria per un gruppo che ha un fatturato di 1.120 milioni di euro, ma non certo per una proprietaria di un giftshop.

E qui scatta la polemica, per una piccola imprenditrice che non ha le risorse economiche necessarie per affrontare una spesa simile. Al di là del mio evidente divertimento circa la notizia, resta tuttavia una considerazione seria da fare: la contraffazione di un marchio è effettivamente un reato e va perseguito, ma fin dove può spingersi il diritto che si può avanzare circa un marchio registrato? Non sono affatto pratica di procedure legali, tuttavia non posso fare a meno di notare una accanimento eccessivo verso una piccola imprenditrice, un pò come uno squalo tigre che se la prende con il pesciolino rosso. Non bastava semplicemente aver vinto la causa? E per quelli che pensano che la proprietaria di un piccolo negozio del Sudafrica sia l'ultima delle "furbette del quartierino", vi rimando al suo negozio online su Etsy, che vanta una serie di gioielli di gusto tribale, realizzati in materiali naturali e da artigiani del posto, a costi abbastanza contenuti. Roba che se mi fossi trovata in vacanza lì, li avrei acquistati ad occhi chiusi, a prescindere dal nome (che comunque continuo a trovare spassosissimo!).

Di tutta questa vicenda, non resta altro che la perplessità per un brand decisamente troppo giustizialista e un commento in particolare... questo

...anche io penso che Dolce&Banana sia un nome perfetto per una gelateria!



UPDATE: D di Repubblica arriva dopo il puparuolo! http://d.repubblica.it/argomenti/2012/04/02/foto/dolce_e_gabbana_causa-939694/1/#media

martedì 27 marzo 2012

Troppo giovani, magrissime e squattrinate

Un'immagine impietosa, quella che sembra uscir fuori dalle indiscrezioni a seguito delle Fashion Week appena giunte a conclusione. Non è tutto oro quello che luccica: oltre all'anoressia, alla droga, alle molestie sessuali e quant'altro minacci le giovanissime modelle che attraversano con la loro sinuosa falcata le passerelle delle capitali della moda, adesso ci si mette anche lo spettro dei debiti e dei mancati pagamenti.

Si, perchè non esistono solo le top model. E se mostri sacri come Giselle Bundchen, da tre anni in vetta alla classifica delle top più pagate del mondo, macinano guadagni di oltre 150 milioni di dollari, ecco che fanno capolino tutta una serie di semisconosciute e volti nuovi, modelle bambine, troppo giovani e inesperte per poter tutelare i proprio guadagni, spesso molto esigui.

La bomba è scoppiata grazie al sito jezebel.com, che ha diffuso e documentato l'esperienza di Hailey Hasbrook, 17enne studentessa dell'Oregon e volto nuovo della NY Fashion Week, che, a fronte di una collaborazione lavorativa con lo stilista Marc Jacobs, della durata complessiva di 30 ore, si è ritrovata a ricevere un pagamento "in natura", ossia un outfit completo, invece di un compenso in denaro. E se la modella alle prime armi, si è mostrata più che soddisfatta per il pagamento ricevuto, diversa è stata la reazione dell'opinione pubblica. Mentre, infatti, il Council of Fashion Designer of America, l'organizzazione che rappresenta e regolamenta le principali case di moda americane, ha sancito il divieto assoluto di far sfilare modelle al di sotto dei 14anni, mentre le under18 non possono lavorare oltre la mezzanotte, in difesa dei guadagni delle indossatrici si è mosso il Model Alliance, organizzazione no-profit nata per tutelare e sancire una categoria lavorativa che sembra essere non particolarmente tutelata dal sistema americano.

Ad attivarsi in questa direzione, sono proprio ex-modelle, reduci da esperienze decisamente negative: oltre al già citato Jezebel, di cui è redattrice Jenna Sauers, una breve esperienza di modella alle spalle e una storia di debiti accumulati con varie agenzie, figurano tutta una serie di protagoniste del patinato mondo della moda, che hanno scelto di denunciare quelli che sembrano essere malcostumi ormai consolidati nel fashion system. Così ad un Marc Jacobs, che risponde alle accuse con un laconico tweet dove dichiara: "Le modelle vengono pagate in abiti. Se non vogliono lavorare con noi, non sono obbligate a farlo.", fanno seguito le dichiarazioni di Sara Ziff e Caitriona Balfe, due mannequin che hanno visto sfumare i loro guadagni per un valore complessivo di 300.000 dollari.

A quanto pare a New York funziona così: una modella, per quanto patrocinata da un'agenzia, resta una lavoratrice freelance, a differenza di quanto viene regolamentato in Francia, dove le modelle sono impiegate a tutti gli effetti. Ciò comporta che, in caso di mancato pagamento da parte del committente, l'agenzia può rifiutarsi di pagare il dovuto alla modella. E se è invece, l'agenzia a non poter pagare, causa ad esempio bancarotta, la modella non vede comunque riconosciuti gli incarichi svolti e non ha diritto a ricevere il compenso, a meno che non riesca a dimostrare in tribunale di aver sfilato per tizio, o aver posato per uno shooting per caio, impresa ardua per una modella che ha accumulato diversi lavori nel tempo.

Una bella rogna, a cui si aggiunge l'aggravantedella dipendenza dall' agenzia stessa, splendida organizzazione che può permettere ad un volto nuovo tutta una serie di incarichi e ingaggi, trattendo però percentuali che vanno dal 20 fino al 70%. E non si sta parlando di piccoli barracuda in un mare di organizzazioni truffaldine, ma dei grandi squali che gestiscono i contratti delle top model; che arrivano, come nel caso di Jenna, a farle accumulare debiti, tra viaggio, vitto, alloggio, prove fotografiche e quant'altro, per un totale di oltre 5.000 dollari. Costringendola a perseverare in un'attività lavorativa di certo non remunerativa. Leggendo la sua testimonianza, si resta quantomeno scossi, da quanto esigui possano essere i compensi  delle grandi case di moda: 4 ore di lavoro per Issey Miyake per un totale di 215 euro, 8 ore di shooting fotografico a Parigi per un totale di 240 euro, foto di prova per una copertina di Glamour Italia (che non c'è mai stata) per 50 euro al giorno: se a questo si aggiunge il 70% di commissione che tratteneva l'agenzia Elite, si capisce come Jenna possa aver accumulato un così ingente debito. In confronto, il pagamento in abiti diventa un trattamento da nababbi.


Che si tratti di modelle americane, quindi, o di giovani stagisti inglesi che lavorano gratis in case di moda del calibro di Vivienne Westwood e Alexander Mc Queen, la storia sempre essere sempre la stessa: persiste la cattiva abitudine di sfruttare coloro che cercano di ritagliarsi una proprio spazio nel mondo della moda. Ed è triste pensare che queste giovanissime ragazze, si trovino nella condizione di dover fare i conti con un sistema che le vuole sempre più magre, sempre più attive e disponibili, e che pretenda anche di non pagarle. A questo punto, è davvero così appetibile una carriera da modella?
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...