martedì 10 aprile 2012

"J'adore Dior!": così parlò Raf Simons

Finalmente, ci siamo levati un peso. Dopo mesi di asfissianti tam-tam, rumors e voci di corridoio, ecco svelato l'oscuro segreto. Prima si è parlato di Riccardo Tisci, poi di Alber Elbaz (ma figurariamoci, visto il contratto che lo lega alla maison Dior). Ancora, è stato fatto il nome di Marc Jacobs ( che avrebbe così vinto il premio "dipendente dell'anno" della LVMH, per la quale è direttore artistico di Louis Vuitton e di Marc Jacobs), di Alexander Wang, di Aider Ackermann... Infine è stato fatto il pari e dispari tra il ritorno di John Galliano e l'assunzione a tempo indeterminato del suo braccio destro/sostituto Billy Gaytten. Una sfilza di nomi e ancora nulla su chi avrebbe preso il comando della maison Dior, orfana da circa un anno del suo ultimo comandante/stilista John Galliano.

E poi ha vinto su tutti Raf Simons, stilista belga, dal 2005 direttore creativo del marchio Jil Sander e provvisoriamente iscritto nelle liste di disoccupazione dallo scorso febbraio, salutata l'azienda e gli aficionados alle ultime sfilate milanesi.

e il nuovo stilista di Dior per il 2012 è il numero 27...Raf Simons!!!! (via notizie.liquida.it)

La notizia è stata data dal New York Times, e subito gli insider hanno incassato i guadagni delle loro scommesse. Già, perchè nessuno se lo sarebbe aspettato, difficile immaginare un cambiamento così stridente nello stile di una maison. Questo perchè Galliano e Simons sono agli antipodi per quanto riguarda le scelte stilistiche: il romanticismo eccentrico e barocco del primo contro il minimalismo geometrico e concettuale dell'altro.
Nessun dubbio sulla scelta per Bernard Arnault: il patron della multinazionale francese e proprietario della maison Dior, ha espresso infatti grande soddisfazione e fiducia nei confronti del nuovo arrivato. La scelta sembra sia stata rafforzata a seguito della visione dell'ultima collezione di Jil Sander a firma di Raf Simons durante le ultime sfilate milanesi: la rielaborazione delle linee dal sapore vintage e del new look di Christian Dior ha letteralmente conquistato monsieur Arnault, che ha spinto l'acceleratore sulla scelta.

Jil Sander a/w 2012-13 (via Vogue.it)
Raf Simons si è dichiarato da subito entusiasta della sfida. Pur non avendo ancora visionato gli archivi della maison ha dichiarato di essere fortemente colpito dai primi dieci anni di attività di monsieur Dior e cercare di collegarli in qualche modo ai tempi odierni. Spoiler per la prossima collezione? E a chi gli domanda se sente già la pressione della grande maison, risponde semplicemente:" Sono una persona che si prende le sue responsabilità. Non sono una persona isolata. Più sono in connessione con le persone, più ho la sensazione che le cose funzionino". Non ci resta che aspettare, quindi. Prossimo appuntamento alle sfilate di haute couture di Parigi nel mese di luglio.
Save the date.

sabato 7 aprile 2012

Colorami Marc!

La notizia è rimbalzata sui principale portali, e ha galvanizzato le beauty-addicted di tutto il mondo: Marc Jacobs annuncia il suo esordio nel settore cosmetico. No, il geniale designer non ha scoperto di possedere doti da make-up artist, bensì ha scelto di addentrarsi, ultimo in ordine di tempo, nella lipstick jungle. E sicuramente non per assecondare un certo suo gusto per il make-up, come si evince dalla foto di repertorio...

"mmm...ma come dona il rosso a me..." (Via fashionista.com)

L'annuncio è stato dato tramite le pagine del Women's Wear Daily, ed il partner scelto per questa proficua collaborazione è nientedimeno che Sephora, praticamente il lato cosmetico della Lvmh, la multinazionale che tra champagne e borse monogram, macina ricavi per circa 20 miliardi di euro. Mica fusaglie. Ancora lontana la data di lancio della collezione: per il momento gli accordi sono ancora nella fase iniziale, mentre Marc gongola al pensiero di una linea di make-up con il suo nome. Lo stilista ha infatti dichiarato:"Mi piace la possibilità, laddove ci sia, di abbellire, decorare, profumare, vestire. Questo è tutto ciò che è la moda. Non è necessaria, è qualcosa che si desidera- è una fantasia e un capriccio".

E sicuramente Marc non è estraneo a questi capricci: dopo Daisy e Lola, con infinite varianti connesse, ha infatti lanciato Dot, il suo terzo profumo, in collaborazione con la Coty Prestige. Dal profumo al rossetto il passo poi è breve.
Davvero un colpaccio per Marc Jacobs. Il settore della cosmetica, infatti, rappresenta da sempre una sorta di valore aggiunto per un brand di moda consolidato: a parte rafforzare la brand image, è una sorta di test di ingresso da parte di ipotetiche consumatrici, che desiderano ritrovare gli stessi elementi stilistici di un marchio persino in blush e ombretti. A ciò aggiungici che spesso il rossetto griffato rappresenta una sorta di lusso accessibile, disponibile ad una fetta più ampia di acquirenti. Esempio: io che non posso permettermi una borsa di Marc Jacobs, acquisto il rossetto ad un prezzo molto più abbordabile, che comunque riprende lo stile e i colori della collezione; passandolo avidamente sulle labbra, mi sento parte integrante della visione del brand pur non potendo accedere a prodotti di una fascia di prezzo molto più alta. L'esempio del rossetto, poi, non è del tutto casuale: l'esperienza ci ha infatti dimostrato che, in tempi di crisi, le consumatrici tendono ad effettuare drastici tagli ai consumi di beni voluttuari, tranne che nella cosmesi. Emblematico al riguardo è il famoso esempio dell'impennata di vendite di lipstick rosso fuoco a seguito della crisi del '29, in piena recessione. Praticamente: toglietemi tutto, ma non il rossetto.

I dati odierni poi, sembrano confermare questa tendenza: nonostante il settore del lusso non registri cadute nelle vendite, trainate perlopiù dai mercati emergenti (Cina, India, Brasile), è tuttavia il settore della cosmetica quello che registra un'aumento sensibile dei ricavi, soprattutto nell'ambito di mercati saturi come Stati Uniti ed Europa.
L'Italia non è da meno al riguardo: secondo la Unipro (Associazione Italiana delle Imprese Cosmetiche) il settore cosmetico ha registrato un +1% nelle vendite, chiudendo il 2011 con ricavi complessivi pari a 9.624 milioni di euro, in netta controtendenza con gli andamenti degli altri settori di beni voluttuari. Per chi vuole espandere il proprio brand, il make-up è quindi il settore di riferimento. Un buon contratto di licensing, un partner solido, una linea che affascina le consumatrici: questi gli ingredienti per una ricetta di sicuro successo. Ma questo Marc lo sa fin troppo bene.

giovedì 5 aprile 2012

Final Fantasy wears Prada

Sarà per via della crisi, o della polemica inerente lo sfruttamento ed il mancato pagamento delle modelle (di cui ho avuto modo di parlarvi qui). O probabilmente Miuccia si è bevuta il cervello. Non riesco a trovare altre motivazioni.
La perplessità nasce dalla notizia che il marchio Prada ha vestito dei personaggi famosi in occasione dei festeggiamenti per i loro 25 anni di successi. Fin qui niente di strano: vestire vip, attori, prezzemolini di genere vario è l'attività principale dei pr dei principali brand del lusso. Peccato che qui non si stia parlando di persone in carne ed ossa, ma piuttosto in pixel e cg (computer grafica). E mica si tratta di super Mario con annessi principesse e funghetti, bensì dei personaggi di Final Fantasy XIII-2, il videogame che ha conquistato il popolo degli smanettoni della playstation per complessità di gioco, trama e grafica.
Il progetto nasce in collaborazione con il magazine per uomini Arena Homme plus, che ha pensato bene di proporre questo insolito sodalizio tra la casa di produzione SQUARE ENIX e la casa di moda italiana più famosa nel paese del Sol Levante. Detto fatto, e nel giro di pochissimo, i protagonisti del fantasy game più venduto al mondo, hanno abbandonato i loro abiti da guerrieri, per vestire quelli griffatissimi della collezione maschile Spring/Summer 2012 di Prada, con risultati a volte insoliti (vedi la protagonista Lightning, innegabilmente una ragazza, vestita con abiti da uomo).

...you free your mind in your androginy... (via gaming-age.com)
E mentre in un photo shoot virtuale, eroi dei videogiochi posano come modelli consumati, Prada tira le somme di quello che, a ben vedere, risulta essere una strategia promozionale finalizzata alla conquista del mercato asiatico. La propensione per la casa di moda milanese verso il Sol Levante è evidente: dalla quotazione alla Borsa di Hong Kong, fino all'apertura di ben 25 esercizi commerciali nell'ex impero celeste. Ormai il mercato asiatico risulta pesare di più nell'ambito dei ricavi complessivi del gruppo Prada, che ha registrato un aumento delle vendite nell'estremo oriente del 50% solo nel 2011. A ciò aggiungici la quota di consumatori relativamente giovani e con elevata disponibilità di spesa (i famosi nuovi ricchi con gli occhi a mandorla: ereditieri, imprenditori, professionisti con meno di 40 anni e conti in banca di tutto rispetto). Sono probabilmente gli stessi che, a fine giornata si concedono una partita al loro videogame preferito.

Miuccia, ma 'sta camicia? Sarò virtuale ma mica fesso! (via gaming-age.com)


E infine, vuoi mettere i vantaggi? Lightning e sodali sono belli, affascinanti, sempre giovani e magri, persino già ritoccati con photoshop. Non si lamentano se fanno orari di lavoro antelucani e non pretendono di essere pagati. A trovarla manovalanza così, in questi tempi bui...

mercoledì 4 aprile 2012

Vedo, prevedo, stravedo

Io solo un terno al lotto non prendo. Davvero. Magari anche un Gratta e Vinci, meglio ancora un 5+1 e mi sistemo a vita. Già, perchè l'avevo detto. Avevo dato sfogo ai miei deliri da puparuola/analista delle dinamiche del fashion system e avevo detto la mia proprio qui : gli innegabili vantaggi del co-branding. Praticamente una spiegazione dovevo darmela, del perchè il mercato del fast fashion pulluli di collaborazioni e perchè una grande maison si presti a vedere il proprio nome associato a magliettine di cotone a 9,90 euro. I vantaggi per il brand di lusso sono evidenti: più visibilità e penetrazione in una fascia di consumatori che per età, capacità di spesa o territorio non conoscono il marchio in questione (o magari solo di nome).

Emblematico è stato il caso Versace: attraversata una crisi nel 2009, con calo delle vendite e conti in rosso, l' ad Ferraris ha dato il via, con il consenso della biondissima Donatella, ad una vera e propria ristrutturazione finanziaria per risanare le casse della maison e porre le basi del rilancio internazionale. Tagliati i costi di qualsiasi comparto, tranne marketing e comunicazione e ufficio stile. Da qui, probabilmente, saranno partiti gli accordi per la collaborazione con H&M (che secondo rumors era stata più volte rifiutata da Donatella in tempi passati, complice il timore di svilire troppo il brand). I risultati della collaborazione sono evidenti: snobbata da molti, la collezione Versace for H&M è andata comunque sold-out, alimentando in molti nuovi consumatori il gradimento verso la Medusa.
Due cifre rendono l'idea della grande rimonta operata da Versace: i ricavi del 2011 si attestano sopra i 300 milioni di euro, mentre i conti non sono più in rosso, con un aumento netto degli utili  di 8,5 milioni di euro. Gli investimenti in comunicazione si sono rivelati, quindi, vincenti, e per sopperire a strategie che potevano intaccare il brand (vedi alla voce: ho collaborato con un retailer svedese) ecco il ritorno all'alta moda, con la sfilata di Haute Couture a Parigi lo scorso Gennaio.

E fin qui tutto regolare. Ma i vantaggi per H&M invece? Al di là del sold-out per la capsule collection (che diventa quasi ovvio nel momento in cui un brand di lusso collabora con te)? Profeticamente avevo parlato del vantaggio nell'acquisire nuovi bozzetti, nel creare una sorta di database stilistico a cui attingere. Forse un'altra delle mie stupidaggini, eppure guardate qua

strane somiglianze... (via hm.com e graziadaily.co.uk)

e ditemi voi. Se non sono uguali, sono maledettamente simili. Si ecco, magari quello di Versace ha delle decorazioni sui fianchi, e quello della Conscious Collection sull'orlo e sul davanti... ma siamo lì. Il colore è quello e a questo punto penso anche il materiale (tutto da dimostrare). E così gli svedesi fanno anche forti economie di scala, visto che le materie prime sono quelle della stagione precedente. Nel frattempo il marchio aumenta le sue proposte stilistiche e le diversifica: non si fanno solo jeans qui, ma anche abiti con una certa attenzione al taglio, a costi contenuti, un look da red carpet a prezzi da mall.


Tradizionalmente, si dice che siano gli italiani i furbetti del quartierino europeo, eppure ultimamente gli svedesi sembrano di gran lunga superarli: ma d'altronde, da gente che è in grado di convincere il mondo ad arredare casa con tavolini e mobili dai nomi impronunciabili, dopo aver penato mezza giornata per montarli, non posso aspettarmi altro.

 
p.s. ho le prove che i due abiti siano perfettamente confondibili: quando ho caricato l'immagine mi sono accorta di aver invertito le etichette e ho dovuto correggerla con il photoshop :P

martedì 3 aprile 2012

H&M Group: la moda che venne dal freddo

Lo ammetto: sono una maledetta impicciona. Mi piace informarmi, sapere, conoscere...  proprio impicciarmi (inutile, non esiste termine più appropriato). Così quando ho letto la notizia che il colosso svedese H&M ha annunciato il lancio di una nuova catena di abbigliamento (con un posizionamento di prezzo leggermente più alto, ma non al punto da definirlo un luxury brand), la prima domanda è stata: ma perchè, quante altre ce ne sono? E così, dopo un pò di tapping compulsivo sulla tastiera ecco i risultati della mia ricerca: 5 catene di abbigliamento (che diventeranno 6 nel 2013, appunto), circa 2.500 negozi in 44 mercati e l'obiettivo di aumentare i propri punti vendita del 10-15% all'anno.

In questi primi mesi del 2012, il colosso del fast-fashion ha chiuso con un +3% con vendite stimate intorno ai 3 milioni di euro, nonostante l'aumento del costo delle materie prime che sembra non abbiano fatto registrare l'aumento di utili stimato dagli analisti. Poco importa: il brand nord-europeo, nato nel 1947, è sempre più deciso a scalzare la spagnola Zara dalla posizione di predominanza nei mercati internazionali. Da qui la scelta di diversificare l'offerta, lanciando diverse catene di abbigliamento, tutte autonome e complementari dal punto di vista dell'offerta, così da coprire un range sempre più vasto di consumatori. Da qui anche il lancio di un nuovo marchio con prezzi e qualità (si suppone) leggermente superiori: persino la maniaca dello shopping meno attenta al portafogli può notare infatti come Zara ed H&M si posizionino su due fasce di prezzo diverse. Secondo indiscrezioni di Fashionista , il nuovo brand potrebbe chiamarsi & Other Stories
...

Un minuto di silenzio, vi prego.

Davvero il nome più brutto e senza senso che si possa dare ad un marchio. Spero sinceramente sia una bufala.
Tralasciando il marchio di punta e soprattutto gli improbabili nuovi brand in arrivo, ecco quali sono le proposte cheap&chic del gruppo, dalla Svezia con amore.

COS: secondogenito della famiglia, il marchio COS rappresenta la risposta concettuale e di design del gruppo, per gli appassionati delle linee pulite e degli abiti essenziali. Uno stile minimalista, anche nei prezzi (nonostante siano leggermente più alti rispetto a quelli di H&M) che rappresenta una grande scommessa per il Ceo Karl-Johan Persson, che ha annunciato recentemente la scelta di puntare proprio su questo marchio per una nuova espansione nei mercati internazionali. Sarà questione di poco, quindi, e poi i primi store COS apriranno i battenti anche in Italia.

COS Lookbook s/s 2012 (via cosstores.com)

Monki: insieme a COS rappresenta il secondo marchio scelto dal gruppo per l'espansione internazionale. Al momento ha aperto punti vendita in Germania, UK, Hong Kong, oltre che nel Nord Europa, ma l'obiettivo sembra sia anche il mercato americano e italiano (speriamo!). A differenza di H&M e del fratello minore e concettuale COS, vanta proposte stilistiche più easy, giovani e creative (alla fine del post un piccolo assaggio) a prezzi decisamente più contenuti.


Monki s/s 2012 (via monki.com)

Weekday: con punti vendita sparsi in tutto il Nord Europa, veicola il lato più sporty e facile del gruppo, puntando molto sullo streetwear e il denim. Fa parte del marchio anche Cheap Monday, il brand che ha rivoluzionato la vestibilità del jeans in tutto il mondo: skinny, sottile e a vita alta.
MTWTFSS Weekday Lookbook s/s 2012 (via weekday.se)
Con una simile espansione commerciale, risulta difficile pensare ad un altro competitor che possa spartirsi il mercato (soprattutto europeo) assieme a Zara e H&M: logico quindi che i due big stiano agendo in modo da sottrarre l'un l'altro quote di un mercato che, ormai, è nelle loro mani. E se Zara ha il vantaggio di produrre operando forti economie di scala (leggi: faccio t-shirt e jeans senza affidarmi a terzisti, procurandomi da solo le materie prime) H&M ha dalla sua l'attenzione al prodotto, disponendo di un team di giovani stilisti operanti nelle collezioni di tutti i marchi e di una strategia di comunicazione (a mio avviso) vincente. Nessun altro gruppo del fast fashion fa un utilizzo così attento dei media, dal corporate magazine distribuito nei punti vendita e online, al canale youtube, che sforna video a ritmo costante, senza dover obbligatoriamente parlare di eventi strettamente legati al marchio. Così, ogni articolo, post, video non sembra una promozione sfacciata del marchio (anche se un pò in realtà lo è) ma semplicemente un info, uno spunto, totalmente slegato e indipendente dal contesto promozionale.

Ma visto che non posso continuare a cianciare di mercati, profitti e affini, e devo in qualche modo dare sfogo alla mio lato frivolo e spendaccione, ecco qui degli ottimi motivi, a mio modestissimo avviso, per cui Monki batte di gran lunga gli altri brand della grande famiglia svedese (H&M è fuori dai giochi in quanto padrino, quindi sacro e intoccabile)

Vi prego di notare il grande sforzo..anche perchè non l'ho fatto con Polyvore!
1. Watermelon clutch per essere chic e ironiche anche dal cocomeraio (termine improprio per definire quei banchetti posti sul ciglio delle strade, nelle ridenti cittadine costiere del Sud, dove puoi gustare una bella fetta di anguria in una location molto spartana).

2. Cloud ring sono nuvole? Panna montata? Chissenè, sono anelli e anche molto belli.

3. Cubanello sono un grandissima copywriter, lo so, (o una grandissima demente, a voi la scelta) ma questo anello dalle linee pulite ed essenziali è dedicato a tutte quelle che anelano ad un sano rigore nella propria vita, almeno sulle dita.

4. Banana bag fa molto Prada dell'anno scorso, ma suvvia, non siate delle fashion addicted. Potete sempre dire che serve per tenere buono il vostro fidanzato gorillone.

i +3 rimanenti motivi sono gli outfit, scelti secondo precisi requisiti: colore (perdutamente innamorata dell'arancio quest'anno) stampe (ma quanto sono belli quei leggings?) e desideri reconditi (splendida tuta ma, davvero, quella scollatura non saprei proprio come riempirla).
Il motivo che però batte tutti è il prezzo: da brava puparuola oculata, ho silenziosamente esultato apprendendo che la clutch, ad esempio, potrebbe essere mia per 20 euro (+9 euro di spese di spedizione). Ci sto pensando, giuro.







p.s. Noto con piacere che l'autorevolezza che sfoggio mentre snocciolo dati e cifre, viene meno quando si parla di moda o, più banalmente, di cose che mi piacciono.
Spero di migliorare.


UPDATE: The Cut ha confermato, il nuovo marchio si chiamerà & Other Stories... non mi esprimo.

lunedì 2 aprile 2012

Provaci ancora Yamamay!

Non c'è pace nei cieli di Gallarate. La Inticom S.p.a. , big italiano del settore intimo e beachwear  ha annunciato la prossima testimonial per la campagna pubblicitaria estiva targata Yamamay. Ed immediatamente è scattata la polemica. Niente da fare, a quanto pare sembra che l'azienda non sappia proprio scegliere chi possa rappresentarla: se tempo fa, infatti, la capsule collection di Chiara Ferragni aveva scatenato i dissensi più sfrenati del popolo del web, adesso quello stesso popolo (costituito principalmente da potenziali consumatori, non dimentichiamolo) si dichiara molto insoddisfatto riguardo la scelta della nuova testimonial, Federica Pellegrini.

Federica Pellegrini per Yamamay (via yamamay.com)

"Cosa fa Federica quando non nuota?" colleziona sponsor, evidentemente. Tra contratti con Enel, Emporio Armani, Barilla (i Pavesini per intenderci) e altri sponsor tecnici, la Pellegrini di sicuro ha ben capito come far fruttare al meglio la propria immagine, il cui valore sembra sia passato dai 2 ai 4 milioni di euro (questa la cifra che la"creatura d'acqua dolce" incassa grazie a questo pacchetto di sponsor).  E alla vigilia delle Olimpiadi bisogna spingere il piede sull'acceleratore. Yamamay è solo l'ultimo marchio, in ordine di tempo, ad aver scelto l'atleta, oro a Shangai nei 400 e 200 metri stile libero. E allora, perchè tutte queste polemiche? A differenza della Ferragni che l'ha preceduta, la Pellegrini è un'atleta, una ragazza vincente che ha raggiunto determinati traguardi per meriti personali e non certo per fortuna. E nonostante questo, i consumatori non sembrano propendere per lei. Lungi dal raggiungere le feroci critiche e le stroncature per l' "insalatina bionda",  Yamamay si è vista comunque costretta a rispondere a commenti non proprio favorevoli.
Il problema sembra risiedere in una percezione precisa dell'atleta veneta: lungi dalle polemiche nazional-sportive (Fede che si rifiuta di fare la portabandiera alle Olimpiadi) e dai pruriginosi gossip della scorsa estate (Fede che stava con Luca Marin, ma lo lascia per Filippo Magnini, epperò già aveva una tresca con lui ecc...) l'atleta veneta risulta poco adatta a rappresentare un'azienda di intimo perchè "poco sensuale". Tralasciando l'antipatia verso il personaggio, sentimento parzialmente condiviso da chi ha commentato sul blog e sulla pagina fb di Yamamay.
Io quoto la proposta della Fornero come nuova testimonial! (commenti sulla pagina fb di Yamamay)

 
Si insinua il dubbio di indagini di mercato sbagliate...

Le foto sembrano dare man forte a chi non ritiene la Pellegrini adatta ad indossare i sensuali  e femminili completi dell'azienda, e rafforzano la convinzione già maturata in tempi passati, di un utilizzo troppo disinvolto e sfacciato del photoshop (Celebre il caso di Isabella Ferrari in uno spot girato da Paolo Sorrentino, in cui c'è tutto tranne l'ombelico dell'attrice). Scelta incoerente, vista la strategia promossa ultimamente dal marchio, alla ricerca di donne vere e carismatiche invece delle solite modelle. E se il consumatore volesse invece le modelle? Se la ragazza che sfoglia distrattamente una rivista preferirebbe vedere una modella (bellissima e anche photoshoppata) invece di un'attrice/nuotatrice/blogger(dio ce ne scampi!) che si presuppone ricopra un ruolo talmente diverso da quello di mannequin, da non curarsi del rotolino che sporge e della cellulite che affiora, e con esse l'azienda stessa? Un pò come la celeberrima campagna Dove, con donne vere e imperfette (delicatamente ritoccate) e fiere di esserlo. Cannata anche, la scelta di prendere un'atleta e metterle du'straccetti addosso: in clima di Olimpiadi, risulta essere la scelta più praticata, ma anche  molto scontata. 

c'è qualcosa di strano in quella vita...

Diciamo che dopo il caso Ferragni, un pò di accortezza ci voleva insomma. Personalmente, trovo non felice l'atmosfera della campagna stessa: la Pellegrini è a mio avviso una splendida ragazza e un'atleta di tutto rispetto. Da ex-nuotatrice, so come cambia il corpo, sottoposto ad allenamenti intensi: spalle larghe e busto imponente. Di sicuro non ci troviamo di fronte ai canoni di bellezza e sensualità veicolati dalla moda/pubblicità/società (seno in evidenza, vita sottile, braccia e gambe esili). Difficile veicolare un'immagine sensuale nella misura più banale e canonica, se mancano i requisiti di fondo. Decisamente fingo di non vedere gli scatti con il tricolore drappeggiato addosso: falle cantare Fratelli d'Italia e struggiamoci tutti nel più perfetto stile sentimental-patriottico-sportivo. Eppure esistono tanti tipi di sensualità: perchè puntare su quella più tradizionale? Se si sceglie di operare una rottura dei soliti schemi nella scelta del testimonial, tanto vale continuare fino in fondo. La Pellegrini è una nuotatrice, non una modella, e come tale andrebbe veicolata. Determinate pose, ammiccamenti, trucco e parrucco da femme fatale non le si addicono.Soprattutto in un momento in cui nient'altro può essere se non  un'atleta (vedi alla voce Olimpiadi di Londra). Lo sguardo languido e la bocca semichiusa lasciamoli a Gisele & co.

Altra nota dolente, forse la più grave, è la gestione della percezione del pubblico, con relativi commenti, circa la nuova testimonial. Archiviato lo scivolone del cancellare commenti e bannare relativi autori dai social network del marchio, Yamamay sceglie di dare democraticamente voce a tutti e rispondere ai commenti negativi. Tutti. Nello stesso identico modo. Questo:

Brand philosophy a manetta!

Un pò come un nastro registrato, o un adorabile pappagallino che ripete sempre la stessa solfa. Ma i social network non sono uno strumento unilaterale per veicolare informazioni, devono stabilire connessioni, tessere relazioni... ma voi vi mettereste a fare allegramente conversazione con una voce registrata? Da sempre i brand, soprattutto quelli che attraversano una fase di espansione internazionale, devono fare i conti con la necessità di essere facilmente raggiungibili dai consumatori: lasciare l'ambito freddo della contabilità, dei fatturati e diventare sempre più umani, reali e tangibili, come la signora del bar giù all'angolo, o la vostra migliore amica con cui fate incetta di culotte e brasiliani (lo so che lo fate, lo so :P). La solfa è la stessa: rispondere facendo riferimento alla propria brand philosophy. Sforzo encomiabile, ma non sufficiente. Almeno, se si cambiasse un pò la struttura, evitando il "copia-incolla", il consumatore si sentirebbe più partecipe e inserito in un contesto di comunicazione face-to-face.
Con un pc fastidiosamente in mezzo certo, ma questa è la dura legge del 2.0.

giovedì 29 marzo 2012

Spray up your necklace!

Bentornati alla fiera della creatività. Conscia che non avrei abbandonato così, senza combattere, la neonata sezione del DIY, eccomi qui a mostrarvi il mio secondo progetto. Lungi da me ingannarvi, spacciandolo come farina del mio sacco: l'idea parte infatti da Geneva, splendida fashion blogger di apair&aspare e redattrice della sezione DIY di Harper's BAZAAR Australia, che però non è proprio una fashion blogger... diciamo che è più una diyer blogger, una che con le sue abili e sapienti manine, per esempio, prende un semplice tessuto e ci ricava uno splendido abito lungo. Aggiungici che vive a Hong Kong, patria della merce più svariata a basso costo, e capisci come fa a reperire materiale cheap per trasformarlo in roba decisamente chic, il tutto senza dissanguarsi (che di questi tempi è tutto grasso che cola!) Capitata per caso sul suo blog, sono rimasta letteralmente folgorata da questa

DIY Neon collar necklace (via apairandaspare)
Una splendida collana giallo neon! Io adoro il giallo neon (anche se fa a pugni con la mia carnagione, chissene...) lavogliolavogliolavoglio...LA DEVO AVERE! Quindi, armata di tanta pazienza, creatività e buona volontà, mi sono procurata l'occorrente e ho iniziato il mio secondo progetto.

In un colorificio ho acquistato due bombolette di vernice acrilica spray (consiglio l'acrilico perchè va via con l'acetone, quindi, se combinate qualche disastro, potete sempre riparare), più difficile è stato procurarsi una collana adatta, soprattutto economica. Si perchè le solite collane da mercato non m'entusiasmavano e trovare un girocollo da poco si è rivelata essere un impresa. La mia scelta, quindi, è ricaduta su un pezzo non proprio economicissimo



Chocker della collezione di JLo in supersaldo a 70% da Coin...e menomale altrimenti mi sarei dissanguata! Un girocollo che mi è piaciuto da subito, però tutto quel metallo lo appesantiva troppo: un ottimo candidato per la mia customizzazione.


Ho disposto fuori all'aperto (per evitare intossicazioni e puzza di pittura perenne in casa) una serie di fogli di giornale, ho protetto con il nastro carta le maglie della collana che non volevo dipingere, un pò per non esagerare con il giallo, un pò perchè ho pensato che a lungo andare, con la frizione dei pezzi, la vernice sarebbe potuta andare via.


Ho spruzzato prima uno strato di vernice bianca, per fare una base chiara e omogenea in modo da far risaltare il giallo. La tecnica è quella indicata da tutti: movimenti dal basso verso l'alto e da sinistra a destra, ad una certa distanza, per evitare che il colore risulti non omogeneo e di conseguenza coli.


Ho aspettato un'ora circa, prima che la vernice fosse completamente asciutta, poi ho passato un secondo strato di vernice gialla (e intanto calava la sera...). Il risultato finale è questo


uno splendido choker (girocollo) giallo vivo, entrato di diritto tra le mie collane preferite, per tre semplici motivi: è colorato, è unico, ma soprattutto, l'ho fatto io!



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