martedì 3 aprile 2012

H&M Group: la moda che venne dal freddo

Lo ammetto: sono una maledetta impicciona. Mi piace informarmi, sapere, conoscere...  proprio impicciarmi (inutile, non esiste termine più appropriato). Così quando ho letto la notizia che il colosso svedese H&M ha annunciato il lancio di una nuova catena di abbigliamento (con un posizionamento di prezzo leggermente più alto, ma non al punto da definirlo un luxury brand), la prima domanda è stata: ma perchè, quante altre ce ne sono? E così, dopo un pò di tapping compulsivo sulla tastiera ecco i risultati della mia ricerca: 5 catene di abbigliamento (che diventeranno 6 nel 2013, appunto), circa 2.500 negozi in 44 mercati e l'obiettivo di aumentare i propri punti vendita del 10-15% all'anno.

In questi primi mesi del 2012, il colosso del fast-fashion ha chiuso con un +3% con vendite stimate intorno ai 3 milioni di euro, nonostante l'aumento del costo delle materie prime che sembra non abbiano fatto registrare l'aumento di utili stimato dagli analisti. Poco importa: il brand nord-europeo, nato nel 1947, è sempre più deciso a scalzare la spagnola Zara dalla posizione di predominanza nei mercati internazionali. Da qui la scelta di diversificare l'offerta, lanciando diverse catene di abbigliamento, tutte autonome e complementari dal punto di vista dell'offerta, così da coprire un range sempre più vasto di consumatori. Da qui anche il lancio di un nuovo marchio con prezzi e qualità (si suppone) leggermente superiori: persino la maniaca dello shopping meno attenta al portafogli può notare infatti come Zara ed H&M si posizionino su due fasce di prezzo diverse. Secondo indiscrezioni di Fashionista , il nuovo brand potrebbe chiamarsi & Other Stories
...

Un minuto di silenzio, vi prego.

Davvero il nome più brutto e senza senso che si possa dare ad un marchio. Spero sinceramente sia una bufala.
Tralasciando il marchio di punta e soprattutto gli improbabili nuovi brand in arrivo, ecco quali sono le proposte cheap&chic del gruppo, dalla Svezia con amore.

COS: secondogenito della famiglia, il marchio COS rappresenta la risposta concettuale e di design del gruppo, per gli appassionati delle linee pulite e degli abiti essenziali. Uno stile minimalista, anche nei prezzi (nonostante siano leggermente più alti rispetto a quelli di H&M) che rappresenta una grande scommessa per il Ceo Karl-Johan Persson, che ha annunciato recentemente la scelta di puntare proprio su questo marchio per una nuova espansione nei mercati internazionali. Sarà questione di poco, quindi, e poi i primi store COS apriranno i battenti anche in Italia.

COS Lookbook s/s 2012 (via cosstores.com)

Monki: insieme a COS rappresenta il secondo marchio scelto dal gruppo per l'espansione internazionale. Al momento ha aperto punti vendita in Germania, UK, Hong Kong, oltre che nel Nord Europa, ma l'obiettivo sembra sia anche il mercato americano e italiano (speriamo!). A differenza di H&M e del fratello minore e concettuale COS, vanta proposte stilistiche più easy, giovani e creative (alla fine del post un piccolo assaggio) a prezzi decisamente più contenuti.


Monki s/s 2012 (via monki.com)

Weekday: con punti vendita sparsi in tutto il Nord Europa, veicola il lato più sporty e facile del gruppo, puntando molto sullo streetwear e il denim. Fa parte del marchio anche Cheap Monday, il brand che ha rivoluzionato la vestibilità del jeans in tutto il mondo: skinny, sottile e a vita alta.
MTWTFSS Weekday Lookbook s/s 2012 (via weekday.se)
Con una simile espansione commerciale, risulta difficile pensare ad un altro competitor che possa spartirsi il mercato (soprattutto europeo) assieme a Zara e H&M: logico quindi che i due big stiano agendo in modo da sottrarre l'un l'altro quote di un mercato che, ormai, è nelle loro mani. E se Zara ha il vantaggio di produrre operando forti economie di scala (leggi: faccio t-shirt e jeans senza affidarmi a terzisti, procurandomi da solo le materie prime) H&M ha dalla sua l'attenzione al prodotto, disponendo di un team di giovani stilisti operanti nelle collezioni di tutti i marchi e di una strategia di comunicazione (a mio avviso) vincente. Nessun altro gruppo del fast fashion fa un utilizzo così attento dei media, dal corporate magazine distribuito nei punti vendita e online, al canale youtube, che sforna video a ritmo costante, senza dover obbligatoriamente parlare di eventi strettamente legati al marchio. Così, ogni articolo, post, video non sembra una promozione sfacciata del marchio (anche se un pò in realtà lo è) ma semplicemente un info, uno spunto, totalmente slegato e indipendente dal contesto promozionale.

Ma visto che non posso continuare a cianciare di mercati, profitti e affini, e devo in qualche modo dare sfogo alla mio lato frivolo e spendaccione, ecco qui degli ottimi motivi, a mio modestissimo avviso, per cui Monki batte di gran lunga gli altri brand della grande famiglia svedese (H&M è fuori dai giochi in quanto padrino, quindi sacro e intoccabile)

Vi prego di notare il grande sforzo..anche perchè non l'ho fatto con Polyvore!
1. Watermelon clutch per essere chic e ironiche anche dal cocomeraio (termine improprio per definire quei banchetti posti sul ciglio delle strade, nelle ridenti cittadine costiere del Sud, dove puoi gustare una bella fetta di anguria in una location molto spartana).

2. Cloud ring sono nuvole? Panna montata? Chissenè, sono anelli e anche molto belli.

3. Cubanello sono un grandissima copywriter, lo so, (o una grandissima demente, a voi la scelta) ma questo anello dalle linee pulite ed essenziali è dedicato a tutte quelle che anelano ad un sano rigore nella propria vita, almeno sulle dita.

4. Banana bag fa molto Prada dell'anno scorso, ma suvvia, non siate delle fashion addicted. Potete sempre dire che serve per tenere buono il vostro fidanzato gorillone.

i +3 rimanenti motivi sono gli outfit, scelti secondo precisi requisiti: colore (perdutamente innamorata dell'arancio quest'anno) stampe (ma quanto sono belli quei leggings?) e desideri reconditi (splendida tuta ma, davvero, quella scollatura non saprei proprio come riempirla).
Il motivo che però batte tutti è il prezzo: da brava puparuola oculata, ho silenziosamente esultato apprendendo che la clutch, ad esempio, potrebbe essere mia per 20 euro (+9 euro di spese di spedizione). Ci sto pensando, giuro.







p.s. Noto con piacere che l'autorevolezza che sfoggio mentre snocciolo dati e cifre, viene meno quando si parla di moda o, più banalmente, di cose che mi piacciono.
Spero di migliorare.


UPDATE: The Cut ha confermato, il nuovo marchio si chiamerà & Other Stories... non mi esprimo.

lunedì 2 aprile 2012

Provaci ancora Yamamay!

Non c'è pace nei cieli di Gallarate. La Inticom S.p.a. , big italiano del settore intimo e beachwear  ha annunciato la prossima testimonial per la campagna pubblicitaria estiva targata Yamamay. Ed immediatamente è scattata la polemica. Niente da fare, a quanto pare sembra che l'azienda non sappia proprio scegliere chi possa rappresentarla: se tempo fa, infatti, la capsule collection di Chiara Ferragni aveva scatenato i dissensi più sfrenati del popolo del web, adesso quello stesso popolo (costituito principalmente da potenziali consumatori, non dimentichiamolo) si dichiara molto insoddisfatto riguardo la scelta della nuova testimonial, Federica Pellegrini.

Federica Pellegrini per Yamamay (via yamamay.com)

"Cosa fa Federica quando non nuota?" colleziona sponsor, evidentemente. Tra contratti con Enel, Emporio Armani, Barilla (i Pavesini per intenderci) e altri sponsor tecnici, la Pellegrini di sicuro ha ben capito come far fruttare al meglio la propria immagine, il cui valore sembra sia passato dai 2 ai 4 milioni di euro (questa la cifra che la"creatura d'acqua dolce" incassa grazie a questo pacchetto di sponsor).  E alla vigilia delle Olimpiadi bisogna spingere il piede sull'acceleratore. Yamamay è solo l'ultimo marchio, in ordine di tempo, ad aver scelto l'atleta, oro a Shangai nei 400 e 200 metri stile libero. E allora, perchè tutte queste polemiche? A differenza della Ferragni che l'ha preceduta, la Pellegrini è un'atleta, una ragazza vincente che ha raggiunto determinati traguardi per meriti personali e non certo per fortuna. E nonostante questo, i consumatori non sembrano propendere per lei. Lungi dal raggiungere le feroci critiche e le stroncature per l' "insalatina bionda",  Yamamay si è vista comunque costretta a rispondere a commenti non proprio favorevoli.
Il problema sembra risiedere in una percezione precisa dell'atleta veneta: lungi dalle polemiche nazional-sportive (Fede che si rifiuta di fare la portabandiera alle Olimpiadi) e dai pruriginosi gossip della scorsa estate (Fede che stava con Luca Marin, ma lo lascia per Filippo Magnini, epperò già aveva una tresca con lui ecc...) l'atleta veneta risulta poco adatta a rappresentare un'azienda di intimo perchè "poco sensuale". Tralasciando l'antipatia verso il personaggio, sentimento parzialmente condiviso da chi ha commentato sul blog e sulla pagina fb di Yamamay.
Io quoto la proposta della Fornero come nuova testimonial! (commenti sulla pagina fb di Yamamay)

 
Si insinua il dubbio di indagini di mercato sbagliate...

Le foto sembrano dare man forte a chi non ritiene la Pellegrini adatta ad indossare i sensuali  e femminili completi dell'azienda, e rafforzano la convinzione già maturata in tempi passati, di un utilizzo troppo disinvolto e sfacciato del photoshop (Celebre il caso di Isabella Ferrari in uno spot girato da Paolo Sorrentino, in cui c'è tutto tranne l'ombelico dell'attrice). Scelta incoerente, vista la strategia promossa ultimamente dal marchio, alla ricerca di donne vere e carismatiche invece delle solite modelle. E se il consumatore volesse invece le modelle? Se la ragazza che sfoglia distrattamente una rivista preferirebbe vedere una modella (bellissima e anche photoshoppata) invece di un'attrice/nuotatrice/blogger(dio ce ne scampi!) che si presuppone ricopra un ruolo talmente diverso da quello di mannequin, da non curarsi del rotolino che sporge e della cellulite che affiora, e con esse l'azienda stessa? Un pò come la celeberrima campagna Dove, con donne vere e imperfette (delicatamente ritoccate) e fiere di esserlo. Cannata anche, la scelta di prendere un'atleta e metterle du'straccetti addosso: in clima di Olimpiadi, risulta essere la scelta più praticata, ma anche  molto scontata. 

c'è qualcosa di strano in quella vita...

Diciamo che dopo il caso Ferragni, un pò di accortezza ci voleva insomma. Personalmente, trovo non felice l'atmosfera della campagna stessa: la Pellegrini è a mio avviso una splendida ragazza e un'atleta di tutto rispetto. Da ex-nuotatrice, so come cambia il corpo, sottoposto ad allenamenti intensi: spalle larghe e busto imponente. Di sicuro non ci troviamo di fronte ai canoni di bellezza e sensualità veicolati dalla moda/pubblicità/società (seno in evidenza, vita sottile, braccia e gambe esili). Difficile veicolare un'immagine sensuale nella misura più banale e canonica, se mancano i requisiti di fondo. Decisamente fingo di non vedere gli scatti con il tricolore drappeggiato addosso: falle cantare Fratelli d'Italia e struggiamoci tutti nel più perfetto stile sentimental-patriottico-sportivo. Eppure esistono tanti tipi di sensualità: perchè puntare su quella più tradizionale? Se si sceglie di operare una rottura dei soliti schemi nella scelta del testimonial, tanto vale continuare fino in fondo. La Pellegrini è una nuotatrice, non una modella, e come tale andrebbe veicolata. Determinate pose, ammiccamenti, trucco e parrucco da femme fatale non le si addicono.Soprattutto in un momento in cui nient'altro può essere se non  un'atleta (vedi alla voce Olimpiadi di Londra). Lo sguardo languido e la bocca semichiusa lasciamoli a Gisele & co.

Altra nota dolente, forse la più grave, è la gestione della percezione del pubblico, con relativi commenti, circa la nuova testimonial. Archiviato lo scivolone del cancellare commenti e bannare relativi autori dai social network del marchio, Yamamay sceglie di dare democraticamente voce a tutti e rispondere ai commenti negativi. Tutti. Nello stesso identico modo. Questo:

Brand philosophy a manetta!

Un pò come un nastro registrato, o un adorabile pappagallino che ripete sempre la stessa solfa. Ma i social network non sono uno strumento unilaterale per veicolare informazioni, devono stabilire connessioni, tessere relazioni... ma voi vi mettereste a fare allegramente conversazione con una voce registrata? Da sempre i brand, soprattutto quelli che attraversano una fase di espansione internazionale, devono fare i conti con la necessità di essere facilmente raggiungibili dai consumatori: lasciare l'ambito freddo della contabilità, dei fatturati e diventare sempre più umani, reali e tangibili, come la signora del bar giù all'angolo, o la vostra migliore amica con cui fate incetta di culotte e brasiliani (lo so che lo fate, lo so :P). La solfa è la stessa: rispondere facendo riferimento alla propria brand philosophy. Sforzo encomiabile, ma non sufficiente. Almeno, se si cambiasse un pò la struttura, evitando il "copia-incolla", il consumatore si sentirebbe più partecipe e inserito in un contesto di comunicazione face-to-face.
Con un pc fastidiosamente in mezzo certo, ma questa è la dura legge del 2.0.

giovedì 29 marzo 2012

Spray up your necklace!

Bentornati alla fiera della creatività. Conscia che non avrei abbandonato così, senza combattere, la neonata sezione del DIY, eccomi qui a mostrarvi il mio secondo progetto. Lungi da me ingannarvi, spacciandolo come farina del mio sacco: l'idea parte infatti da Geneva, splendida fashion blogger di apair&aspare e redattrice della sezione DIY di Harper's BAZAAR Australia, che però non è proprio una fashion blogger... diciamo che è più una diyer blogger, una che con le sue abili e sapienti manine, per esempio, prende un semplice tessuto e ci ricava uno splendido abito lungo. Aggiungici che vive a Hong Kong, patria della merce più svariata a basso costo, e capisci come fa a reperire materiale cheap per trasformarlo in roba decisamente chic, il tutto senza dissanguarsi (che di questi tempi è tutto grasso che cola!) Capitata per caso sul suo blog, sono rimasta letteralmente folgorata da questa

DIY Neon collar necklace (via apairandaspare)
Una splendida collana giallo neon! Io adoro il giallo neon (anche se fa a pugni con la mia carnagione, chissene...) lavogliolavogliolavoglio...LA DEVO AVERE! Quindi, armata di tanta pazienza, creatività e buona volontà, mi sono procurata l'occorrente e ho iniziato il mio secondo progetto.

In un colorificio ho acquistato due bombolette di vernice acrilica spray (consiglio l'acrilico perchè va via con l'acetone, quindi, se combinate qualche disastro, potete sempre riparare), più difficile è stato procurarsi una collana adatta, soprattutto economica. Si perchè le solite collane da mercato non m'entusiasmavano e trovare un girocollo da poco si è rivelata essere un impresa. La mia scelta, quindi, è ricaduta su un pezzo non proprio economicissimo



Chocker della collezione di JLo in supersaldo a 70% da Coin...e menomale altrimenti mi sarei dissanguata! Un girocollo che mi è piaciuto da subito, però tutto quel metallo lo appesantiva troppo: un ottimo candidato per la mia customizzazione.


Ho disposto fuori all'aperto (per evitare intossicazioni e puzza di pittura perenne in casa) una serie di fogli di giornale, ho protetto con il nastro carta le maglie della collana che non volevo dipingere, un pò per non esagerare con il giallo, un pò perchè ho pensato che a lungo andare, con la frizione dei pezzi, la vernice sarebbe potuta andare via.


Ho spruzzato prima uno strato di vernice bianca, per fare una base chiara e omogenea in modo da far risaltare il giallo. La tecnica è quella indicata da tutti: movimenti dal basso verso l'alto e da sinistra a destra, ad una certa distanza, per evitare che il colore risulti non omogeneo e di conseguenza coli.


Ho aspettato un'ora circa, prima che la vernice fosse completamente asciutta, poi ho passato un secondo strato di vernice gialla (e intanto calava la sera...). Il risultato finale è questo


uno splendido choker (girocollo) giallo vivo, entrato di diritto tra le mie collane preferite, per tre semplici motivi: è colorato, è unico, ma soprattutto, l'ho fatto io!



mercoledì 28 marzo 2012

Per una Banana Dolce perse le staffe

Vi giuro che appena ho letto la notizia sono stata preda di risate compulsive. Non l'hanno presa  così sportivamente  Stefano Dolce e Domenico Gabbana. La coppia di stilisti ha infatti citato in giudizio presso l'alta corte del Capo Occidentale, la 60enne Mijou Beller, proprietaria di un negozio di gioielli e monili tribali in Sudafrica. L'accusa è di aver utilizzato impropriamente il marchio Dolce&Gabbana, facendosene beffa: questo perchè l'elegante signora ha pensato bene di chiamare il proprio gift shop "Dolce&Banana".

Una vecchia insegna del giftshop di Cape Town, oggi rinominato "...&Banana"

I fatti risalgono allo scorso Gennaio, quando, scoperto lo scherzoso plagio, i legali degli stilisti hanno convocato la proprietaria di fronte al giudice, obbligandola all'immediata modifica del marchio. Cosa che la signora ha prontamente effettuato, cambiando l'insegna in "...& Banana". Basta poco che ce vò? Tuttavia, le scaramucce legali sembra fossero iniziate già 6 anni fa, quando il marchio sinonimo del glamour Made in Italy nel mondo, si era già pronunciato contro la Beller, che d'altro canto, aveva risposto tramite il suo legale, specificando che Dolce&Gabbana non aveva alcun marchio registrato nel settore della gioielleria e che comunque non esisteva nessun negozio Dolce&Gabbana  in Sudafrica.

La proprietaria Mijou Beller all'interno del suo negozio (via iol.co.za.com)


Nonostante la vicenda, la signora, di origini francesi ma residente in Sudafrica da diversi anni, ha dichiarato che le sue intenzioni non erano affatto diffamatorie: la scelta del nome sembra fosse nata dall'intento di inventare "un nome glamorous con un tocco africano". E oltre alla sconfitta, la beffa: la compagnia pretende, infatti, che sia la stessa Beller a pagare le spese legali, per una cifra di 100.000 rand, pari a quasi 10.000 euro, una cifra irrisoria per un gruppo che ha un fatturato di 1.120 milioni di euro, ma non certo per una proprietaria di un giftshop.

E qui scatta la polemica, per una piccola imprenditrice che non ha le risorse economiche necessarie per affrontare una spesa simile. Al di là del mio evidente divertimento circa la notizia, resta tuttavia una considerazione seria da fare: la contraffazione di un marchio è effettivamente un reato e va perseguito, ma fin dove può spingersi il diritto che si può avanzare circa un marchio registrato? Non sono affatto pratica di procedure legali, tuttavia non posso fare a meno di notare una accanimento eccessivo verso una piccola imprenditrice, un pò come uno squalo tigre che se la prende con il pesciolino rosso. Non bastava semplicemente aver vinto la causa? E per quelli che pensano che la proprietaria di un piccolo negozio del Sudafrica sia l'ultima delle "furbette del quartierino", vi rimando al suo negozio online su Etsy, che vanta una serie di gioielli di gusto tribale, realizzati in materiali naturali e da artigiani del posto, a costi abbastanza contenuti. Roba che se mi fossi trovata in vacanza lì, li avrei acquistati ad occhi chiusi, a prescindere dal nome (che comunque continuo a trovare spassosissimo!).

Di tutta questa vicenda, non resta altro che la perplessità per un brand decisamente troppo giustizialista e un commento in particolare... questo

...anche io penso che Dolce&Banana sia un nome perfetto per una gelateria!



UPDATE: D di Repubblica arriva dopo il puparuolo! http://d.repubblica.it/argomenti/2012/04/02/foto/dolce_e_gabbana_causa-939694/1/#media

martedì 27 marzo 2012

Troppo giovani, magrissime e squattrinate

Un'immagine impietosa, quella che sembra uscir fuori dalle indiscrezioni a seguito delle Fashion Week appena giunte a conclusione. Non è tutto oro quello che luccica: oltre all'anoressia, alla droga, alle molestie sessuali e quant'altro minacci le giovanissime modelle che attraversano con la loro sinuosa falcata le passerelle delle capitali della moda, adesso ci si mette anche lo spettro dei debiti e dei mancati pagamenti.

Si, perchè non esistono solo le top model. E se mostri sacri come Giselle Bundchen, da tre anni in vetta alla classifica delle top più pagate del mondo, macinano guadagni di oltre 150 milioni di dollari, ecco che fanno capolino tutta una serie di semisconosciute e volti nuovi, modelle bambine, troppo giovani e inesperte per poter tutelare i proprio guadagni, spesso molto esigui.

La bomba è scoppiata grazie al sito jezebel.com, che ha diffuso e documentato l'esperienza di Hailey Hasbrook, 17enne studentessa dell'Oregon e volto nuovo della NY Fashion Week, che, a fronte di una collaborazione lavorativa con lo stilista Marc Jacobs, della durata complessiva di 30 ore, si è ritrovata a ricevere un pagamento "in natura", ossia un outfit completo, invece di un compenso in denaro. E se la modella alle prime armi, si è mostrata più che soddisfatta per il pagamento ricevuto, diversa è stata la reazione dell'opinione pubblica. Mentre, infatti, il Council of Fashion Designer of America, l'organizzazione che rappresenta e regolamenta le principali case di moda americane, ha sancito il divieto assoluto di far sfilare modelle al di sotto dei 14anni, mentre le under18 non possono lavorare oltre la mezzanotte, in difesa dei guadagni delle indossatrici si è mosso il Model Alliance, organizzazione no-profit nata per tutelare e sancire una categoria lavorativa che sembra essere non particolarmente tutelata dal sistema americano.

Ad attivarsi in questa direzione, sono proprio ex-modelle, reduci da esperienze decisamente negative: oltre al già citato Jezebel, di cui è redattrice Jenna Sauers, una breve esperienza di modella alle spalle e una storia di debiti accumulati con varie agenzie, figurano tutta una serie di protagoniste del patinato mondo della moda, che hanno scelto di denunciare quelli che sembrano essere malcostumi ormai consolidati nel fashion system. Così ad un Marc Jacobs, che risponde alle accuse con un laconico tweet dove dichiara: "Le modelle vengono pagate in abiti. Se non vogliono lavorare con noi, non sono obbligate a farlo.", fanno seguito le dichiarazioni di Sara Ziff e Caitriona Balfe, due mannequin che hanno visto sfumare i loro guadagni per un valore complessivo di 300.000 dollari.

A quanto pare a New York funziona così: una modella, per quanto patrocinata da un'agenzia, resta una lavoratrice freelance, a differenza di quanto viene regolamentato in Francia, dove le modelle sono impiegate a tutti gli effetti. Ciò comporta che, in caso di mancato pagamento da parte del committente, l'agenzia può rifiutarsi di pagare il dovuto alla modella. E se è invece, l'agenzia a non poter pagare, causa ad esempio bancarotta, la modella non vede comunque riconosciuti gli incarichi svolti e non ha diritto a ricevere il compenso, a meno che non riesca a dimostrare in tribunale di aver sfilato per tizio, o aver posato per uno shooting per caio, impresa ardua per una modella che ha accumulato diversi lavori nel tempo.

Una bella rogna, a cui si aggiunge l'aggravantedella dipendenza dall' agenzia stessa, splendida organizzazione che può permettere ad un volto nuovo tutta una serie di incarichi e ingaggi, trattendo però percentuali che vanno dal 20 fino al 70%. E non si sta parlando di piccoli barracuda in un mare di organizzazioni truffaldine, ma dei grandi squali che gestiscono i contratti delle top model; che arrivano, come nel caso di Jenna, a farle accumulare debiti, tra viaggio, vitto, alloggio, prove fotografiche e quant'altro, per un totale di oltre 5.000 dollari. Costringendola a perseverare in un'attività lavorativa di certo non remunerativa. Leggendo la sua testimonianza, si resta quantomeno scossi, da quanto esigui possano essere i compensi  delle grandi case di moda: 4 ore di lavoro per Issey Miyake per un totale di 215 euro, 8 ore di shooting fotografico a Parigi per un totale di 240 euro, foto di prova per una copertina di Glamour Italia (che non c'è mai stata) per 50 euro al giorno: se a questo si aggiunge il 70% di commissione che tratteneva l'agenzia Elite, si capisce come Jenna possa aver accumulato un così ingente debito. In confronto, il pagamento in abiti diventa un trattamento da nababbi.


Che si tratti di modelle americane, quindi, o di giovani stagisti inglesi che lavorano gratis in case di moda del calibro di Vivienne Westwood e Alexander Mc Queen, la storia sempre essere sempre la stessa: persiste la cattiva abitudine di sfruttare coloro che cercano di ritagliarsi una proprio spazio nel mondo della moda. Ed è triste pensare che queste giovanissime ragazze, si trovino nella condizione di dover fare i conti con un sistema che le vuole sempre più magre, sempre più attive e disponibili, e che pretenda anche di non pagarle. A questo punto, è davvero così appetibile una carriera da modella?

venerdì 23 marzo 2012

Fratelli (stilosi) d'Italia

Ci siamo quasi: ancora qualche mese di attesa, poi finalmente potrete dedicarvi alla vostra attività sportiva preferita, dare sfogo alla vostra rabbia agonistica, magari ripassandovi un pò l'inno d'Italia... davanti alla tv. Si, perchè è ufficialmente partito il countdown per Londra 2012, con il conseguente codazzo di spot e campagne pubblicitarie giusto per ricordarvi, casomai ve lo foste dimenticato, l'inizio dei giochi olimpici. E mentre atleti da ogni parte del mondo si stanno facendo una mazzo così per regalarvi grandi emozioni, ecco spuntare le prime presentazioni delle divise ufficiali.

Finiti i tempi in cui bastava una tuta in puro acrilico o un serissimo tailleur per presenziare degnamente la cerimonia d'apertura, gli olympic team sono ormai da anni impegnati nella ricerca di uno sponsor che sappia dare giusto risalto ai corpi statuari degli atleti olimpici, per la serie: il medagliere piange, ma almeno è griffatissimo. Così, dalle tradizionali sponsorizzazioni con i colossi dell'abbigliamento sportivo, si è passati alle collaborazioni con grandi stilisti.

E' il caso del team USA e Ralph Lauren: lo storico marchio, sinonimo del preppy in tutto il mondo, è infatti creatore ufficiale delle divise per la cerimonia di apertura e chiusura della squadra olimpica dal 2008. Le nuove divise per Londra 2012, presentate in anteprima ufficiale durante la New York Fashion Week, sono state salutate dal fashion establishment come un elegante omaggio ai giochi olimpici del 1948, con elementi presi dalla moda degli anni '30 e '40 e l'onnipresente giocatore di polo sul petto.

Ralph Lauren for USA Olympic Team London 2012 (via diarydirectory.blogspot.com)
Controversa la risposta della Gran Bretagna di fronte alle divise del team olimpico disegnate da Stella McCartney per Adidas. Alla presentazione ufficiale, tenutasi nello storico scenario della London Tower, hanno fatto seguito una serie di polemiche su Twitter per quella che è sembrata essere una divisa "troppo scozzese". Il motivo? L'aver sostituito al colore rosso della Union Jack che campeggia su canotte e maglie un più freddo turchese, relegando l'originario color rubino su colletti, calzini e scarpe. Per la serie "Non toccateci la bandiera, siamo inglesi". La stilista ha motivato la scelta partendo dal presupposto che la bandiera britannica fosse talmente un'immagine riconoscibile da consentirle di stravolgerla un pò e portarla fuori dalla sua comfort zone. Intanto il team inglese si è mostrato molto favorevole e ha dimostrato da subito di apprezzare il kit (...e te credo!)

Stella McCartney for Adidas for GB Olympic Team London 2012 (via Fashionista.com)
E mentre Cedella Marley, figlia della leggenda del reggae Bob Marley e designer di successo, si occuperà delle divise Puma per la squadra olimpica jamaicana, pensate per "essere come una seconda pelle" per gli atleti, la Repubblica dell'Azerbaijan, ricca regione caucasica situata tra Turchia  e Iran, si è rivolta all'italianissimo Ermanno Scermino per la divisa ufficiale della propria squadra olimpica, con la speranza di eccellere se non in prestazione atletica, almeno in eleganza.

Più che speranza, è garanzia di eleganza, l'accordo di sponsorizzazione tra lo stilista Giorgio Armani e il Coni. Gli atleti italiani che voleranno a Londra il prossimo 27 Luglio, vestiranno infatti stilosissime quanto segrete divise griffate EA7, linea di sportswear del gruppo Armani, attiva dal 2004 nella realizzazione di capi per lo sport eleganti e altamente performanti. Un bel colpo per re Giorgio: prima di lui, il marchio Freddy, che aveva vestito il team olimpico per i giochi di Pechino (Ricordate le tute simil-domopak color argento?) investendo circa il 15% del proprio fatturato in questa sponsorizzazione, ma garantendosi un ritorno d'immagine ingente e un aumento del fatturato nel 2009, di circa 56 milioni di euro in totale. E se la divisa ufficiale è ancora ammantata di mistero, non si può dire lo stesso della campagna pubblicitaria che verrà lanciata ad Aprile, dall'emblematico titolo "Sense of Being": sette scatti per sette discipline diverse, con atleti stranieri e italiani, resi in un iconico bianco e nero ed accompagnati da una frase che sintetizza la visione dello sport secondo EA7: etica e duro lavoro. In quest'ottica, la fatica, lo slancio agonistico, anche la sconfitta, tutta ha un senso: così Luca Dotto, argento ai campionanti del mondo di nuoto per i 50 metri stile libero, si tuffa in acqua mentre lo slogan recita: "Andare sotto per risalire sopra. Ha senso".

Ea7 Campaign for Olympic Games London 2012 (via Telegraph.uk)

Tanta carne a cuocere, quindi, per i big brand della moda, che non perdono occasione per reiventarsi ed uscire fuori dalla solita cerchia delle fashion victim: nonostante internet, il 2.0, l'e-commerce ed i social network, la sponsorizzazione resta una delle strategie più praticate e che, alla lunga, si rivelano essere vincenti. Dalle passerelle agli anelli di uno stadio il passo è breve, soprattutto se a farlo è un campione olimpico.

giovedì 15 marzo 2012

Creativi in erba all'attenti: al via il concorso dell'AIE

Non si vive di paillettes, questo è un dato di fatto. Così come la consapevolezza che una mente creativa e allenata vi possono portare più lontano di un bel visino e un fisico da urlo. E' per questo motivo che sono smaniosa di mettervi a corrente di un nuovo concorso bandito dall' Associazione Italiana Editori: il progetto e'-book.
Il concorso è riservato agli studenti universitari di tutte le facoltà e livelli (biennio, triennale, master, specialistica, momentaneamenti fermi ma in regola con l'iscrizione ecc...) che vogliano cimentarsi con l'ideazione di uno slogan promozionale per una collana di ebook universitari. Lo slogan deve avere una lunghezza massima di 50 caratteri e può essere realizzato in italiano, inglese, francese, tedesco o spagnolo. Per partecipare, andate sul sito www.aie.it dal 15 Marzo e compilate un questionario sull' uso delle tecnologie nello studio; terminate le scartoffie burocratiche, concentratevi per bene, ideate uno slogan d'effetto, e caricatelo assieme al vostro nominativo e alla vostra mail.


La deadline è  prevista per il 23 Aprile, in coincidenza con la Giornata Mondiale del Libro: una giuria di editori ed esperti valuterà gli elaborati ed eleggerà i 10 studenti vincitori, di cui 1 straniero, che verranno premiati durante una cerimonia che si terrà il 23 Maggio a Roma.


I premi in palio sono 10 buoni del valore di 1.000 euro ciascuno in libri ed e-book, spendibili in qualsiasi libreria italiana, anche online. I diritti d'autore dello slogan resteranno di proprietà degli studenti (così vengono tutelati, questi copywriter in erba!).


Affilate le vostre matite, quindi, sgranchitevi le dita, aprite i vostri notebook oppure preparate carta e penna, se siete amanti del vintage... come direbbe il compianto Steve Jobs: "Stay hungry, stay foolish" voi aggiungeteci pure "Stay creative"!


info at www.aie.it
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