giovedì 26 aprile 2012

Twitter ovvero i monologhi di Roberto Cavalli

Che ormai Twitter sia diventato il social più utilizzato è ormai assodato. Facebook è il passato, Google+ un possibile futuro, ma Twitter... Twitter è il presente. Se prima era possibile affermare con orgoglio:"No, non possiedo un profilo fb e non ho intenzione di attivermene uno",adesso risulta quasi un' onta socialmente condivisa ammettere la propria mancata adesione al popolo dei cinguettatori.
Tra politici, attori, prezzemolini vari, la mia attenzione è inevitabilmente caduta sugli stilisti, che ci hanno messo poco a scoprire che twittare è molto più facile e divertente che diffondere un comunicato stampa. Così, sempre più spesso, le news più fresche, gli snapshoot, le anteprime passano prima per Twitter: ma per quello serve un social-web-media-manager, ossia un 23enne fresco laureato che la casa di moda piazza davanti ad un pc a veicolare le notizie sui profili social aziendali attivati. Invece, le vere chicche le riservano i profili privati, quelli che vedono impegnati gli stilisti in prima persona nel mixare anteprime della nuova collezione, a foto di cuccioli tenerissimi, fino a tweet dell'ultima vacanza in un atollo dei Caraibi (ma solo per fini creativi, of course!).
Sul podio degli stilisti maniaci dei 140 caratteri spicca Stefano Gabbana, prolifico utente di quasi tutti i social, ma attivissimo principalmente su Twitter e Instagram con quasi 260.000 follower, e, una su tutti, Victoria Beckham, regina incontrastata dei cinguettii con oltre tre milioni di follower, in visibilio per ogni singola sillaba che edita. Ma c'è un altro stilista che twitta ossessivamente, a volte sparando a zero e diffondendo bufale grandi quanto le adorate bestiole che preparano la mia mozzarella preferita: stiamo parlando di Roberto Cavalli, oltre 2.500 tweet postati e poco più di 200.000 follower, potete seguirlo sull'account @roberto_cavalli per scoprire che:
  • possiede 2 cani, 1 gatto, 4 pappagalli, 1 merlo indiano, 1 macaco... da qui la sua passione per l'animalier, suppongo (tweet del 16 aprile)
  • chiama tutti i suoi contatti (celebri e meno celebri) AMORE (vedi Miley Cyrus e Cindy Crawford)
  • fa un utilizzo disinvolto della grammatica inglese (d'altronde quando si è creativi... )
una delle tante pic di Roberto Cavalli su Twitter (via Twitter.com)
Ma tra i tanti cinguettii dello stilista, uno in particolare ha colpito la mia attenzione...una sfilza direi. Per la precisione questi:


Fashion Mafia? Baciamo le mani.... (Via Twitter.com)

Etichettatto subito come "folle delirante" da parte della stampa glamour americana (guai se tocchi la loro Annina!), tuttavia lo stilista ha messo per iscritto una serie di realtà innegabili che caratterizza il fashion system degli ultimi tempi: la mancanza atavica di stilisti francesi, la moda come grande macchina per far soldi (epperò se puoi farti le vacanze creative nel villone in Sardegna lo devi pure a 'sta macchinetta, Robertino...) ma soprattutto l'evidente accusa che lancia alla Wintour, rea di aver snobbato le sue sfilate poichè lo stilista non fa inserzioni pubblicitarie su Vogue Usa.
Non è la prima volta che lo stilista dice la sua contro la direttora di Vogue (già in precedenza si era espresso contro la Wintour, rea di aver assogettato milioni di donne americane al suo stile personale) tuttavia in questo caso la faccenda è ben più grave. Al di là dei favori e gusti personali, è innegabile che determinati personaggi si muovano lì dove l'investimento tira: le riviste hanno bisogno di introiti pubblicitari e le case di moda hanno bisogno di pubblicità mirata. Un personaggio ritenuto autorevole dal sistema moda, difficilmente non porterà prestigio e introiti sicuri se presenzia in prima fila ad una sfilata. Da qui il dubbio di quanto siano realmente influenti redattori e supermegadirettori, se effettivamente siano loro a promuovere o bocciare determinate proposte, o quanto invece queste proposte vengano sospinte da un ingente investimento pubblicitario.
E se si guardano le cifre dell'ultima indagine Pambianco sugli investimenti pubblicitari nelle principali testate italiane, i dubbi aumentano: ad oggi gli investimenti pubblicitari rappresentano la spesa più ingente per la maggior parte delle aziende, da 5 fino al 10% del fatturato, un giro d'affari che vale, solo in Italia, oltre 702 milioni di euro.
Curiosa coincidenza: Prada è il marchio top spender in assoluto, con oltre 19 milioni di euro investiti in pubblicità nel 2011, con un aumento dell 84% rispetto al 2010. Ma Prada è anche il brand di cui riviste e magazine parlano di più: tra quotazioni salvifiche in Borsa, celebrazioni della stilista, sfilate rivoluzionarie su cui spesso sento di dover dissentire (la collezione s/s 2012 tutta fiamme, stampe e american way of life?no grazie).
Altro discorso per i redazionali: quegli splendidi servizi patinati, realizzati da talentuosi stylist, che si ritiene siano dettati da libere scelte redazionali, ma che in realtà sono comunque pilotati da forti investimenti aziendali, per quanto non quantificabili. Un esempio su tutti? Su un totale pari a 399 milioni di euro in redazionali, spicca nuovamente al primo posto il gruppo Prada, con oltre 7 milioni di euro, seguito a ruota da Gucci, Dolce&Gabbana, Chanel, Louis Vuitton... insomma tutti i brand che vi fanno sognare quando sfogliate la vostra rivista preferita. Tutti brand che spendono, e anche tanto, in pubblicità. Ma queste, dicevamo, sono solo coincidenze.

Dati alla mano, risulta quindi difficile contraddire Roberto Cavalli e bollare i suoi tweet come semplice sfogo: che il mondo della moda oggi sia  sempre meno collegato a concetti come creatività e arte, e debba tener conto sempre di più di introiti e fatturati, è ormai un dato di fatto. E se lo stilista fiorentino si ritiene danneggiato dai maneggi di questa "fashion mafia", si può tuttavia ritenere soddisfatto: a fronte degli investimenti fatti, il marchio Roberto Cavalli figura al quarto posto per tasso di resa, ossia il rapporto tra spese in pubblicità e ritorni in redazionali: per la serie, spendi poco ma piazzati bene. E in questa classifica, il gruppo Prada figura solo al 25esimo posto.

Stai a vedere che poi, tutta questa pubblicità, neanche serve?

TIP: per le curiosone incallite, come me, il resoconto completo dell'indagine è disponibile qui.

lunedì 23 aprile 2012

Scene da un matrimonio

L'unico business che non conosce crisi? Ma il settore dei matrimoni, naturalmente. Le più svariate commedie sentimentali, i più bei film d'amore e le favole più antiche di tutti i tempi ce lo insegnano: non c'è vero happy ending senza tripudio di confetti e fiori d'arancio. D'altronde Biancaneve mica è saltata in sella al cavallo assieme al suo cavaliere per andare a convivere in un monolocale in centro... tanto valeva rimanere con i suoi sette piccoli zii putativi, commercianti di diamanti e possessori di villettina in campagna!
Eppure, care le mie sognatrici in attesa del principe azzurro, sposarsi costa, e anche tanto: e se è vero che si possono operare tagli sostanziosi a cerimonia e invitati (per la serie "famose du' spaghi e la zia Concetta la lasciamo a casa, che tanto c'ha l'artrite") lo stesso non si può dire per l'abito, croce e delizia di ogni sposina degna di questo nome.

E proprio a sposine (giustamente) parsimoniose ha rivolto l'attenzione il team creativo di Topshop, mecca fashion in quel di Londra, oggi marchio internazionale e veicolo dei più recenti trend in tutto il mondo. La notizia è stata data via Twitter e ha scatenato l'attenzione e la curiosità di fashion addicted e future sposine : a giugno verrà lanciata la nuovissima  bridal capsule collection di Richard Nicoll, talentuoso diplomato della St Martin School (per intenderci, la scuola d'arte che ha visto emergere talenti del calibro di Alexander Mc Queen, Gareth Pugh e Stella Mc Cartney, mica i primi stracciaroli), un tempo collaboratore di Marc Jacobs per Louis Vuitton, oggi stilista di un marchio che porta il suo nome. Avete letto bene: bridal, per spose, si, per tutte quelle che hanno accalappiato il proprio mister Big e sono pronte a tutto pur di trascinarlo sull'altare.

La collezione ha suscitato commenti positivi e perplessità da parte degli addetti ai lavori: può funzionare una collezione low cost per spose? Dove va a finire il concetto di unicità dell'agognato e sognato abito da sposa? E la cura per i dettagli? La preziosità dei materiali? D'altro canto, va anche osservato come il settore dell'abbigliamento per cerimonia è forse l'unico che non ha beneficiato ancora del vantaggio competitivo dell'ingresso dei colossi del fast fashion nel mercato (tradotto: necessità di vendere un rene  al mercato nero pari a zero). Una bella scommessa per il marchio Topshop, che vede fattibile la possibilità di allargare la propria offerta commerciale, e per lo stilista, impegnato in un settore del fashion system non proprio facilissimo: diciamo che la minaccia dell'effetto nuvola è proprio dietro l'angolo.
Va anche detto che Nicoll non è nuovo a questo genere di abiti. Vogue UK ha infatti pubblicato un paio di foto di abiti da sposa disegnati dallo stilista per due sue amiche, una sorta di rassicurazione preventiva per tutte le interessate:

discutibile l'abito da sposa a destra, essenziale ed elegante quello a sinistra (via Vogue.co.uk)

A questo vanno aggiunte le indiscrezioni trapelate dal web che, pur non offrendo immagini rubate dal photoshoot, assicurano sulle intenzioni di offrire "un'alternativa moderna alla cultura della meringa",un principio comune all'azienda e allo stilista. Astenersi amanti dei vestiti caramellosi e principeschi.

Ma il vestito è solo il primo di una serie di dubbi amletici che affliggono i novelli sposi. E trovare futuri coniugi disposti a spendere per il giorno più bello della loro vita è sempre più raro.
Certo, perchè se è vero che, almeno in Italia, il numero dei matrimoni è in calo, soprattutto i riti religiosi, a favore invece di riti civili e seconde nozze, è anche vero che le cifre del settore sono nettamente in rialzo, dal 2 al 5% almeno stando ai dati Federconsumatori del 2011. Ad oggi un matrimonio in stile classico, con cerimonia, ricevimento e parenti in lacrime costa dai 33 ai 56.000 euro, per un giro d'affari in tutta Italia di oltre 10 miliardi. Un pò meno se si sceglie una formula low-cost, puntando sulla qualità ma effettuando drastici tagli sugli invitati. E se si ripiega sulla festa intima, nulla viene risparmiato per l'abito da sposa: le italiane non sembrano proprio rinunciarci, al punto da raggiungere cifre che vanno dai 3.500 ai 7.300 euro, tra abito e accessori. Questo e altro per essere bellissime nel grande giorno. Arrivando anche a chiedere prestiti, come circa il 2% delle coppie che, rivolgendosi ad istituti di credito, adducono come motivazioni le spese matrimoniali.

Due cuori e una capanna resta il miglior augurio che si possa fare a due novelli sposi: ma se la capanna è in un resort polinesiano a cinque stelle, dove la coppia felice è fuggita per il viaggio di nozze, forse è anche meglio.

mercoledì 18 aprile 2012

La rivincita delle bionde?

Reinventarsi. Riciclarsi in più ruoli. Questo sembra essere il diktat degli ultimi anni. Complice la crisi, la voglia di sperimentare o semplicemente l'apertura al nuovo. Nulla da eccepire, chiaro, eppure leggendo un editoriale di Franca Sozzani, non mi sento decisamente di concordare con lei. La mega direttora di Vogue parla infatti di bellezza, cervello e capello color grano: un mix formidabile che avrebbe portato alle vette più alte della meritocrazia italiana una top model di tutto rispetto, Eva Riccobono.
In sostanza, la bionda Sozzani esprime felicitazioni supreme per la bionda Riccobono e il suo esordio nei palinsesti nazionali con un nuovo programma di divulgazione scientifica e approfondimento intitolato, manco a farlo apposta, Eva, un format-pilota di sei puntate in onda in prima serata su Rai2. Nulla di strano, ma neanche nulla di talmente trascendentale da essere salutato dalla deus ex machina della moda italiana come un grande esempio di come la Riccobono abbia dimostrato la sua intelligenza  oltre che la sua innegabile bellezza. 

La modella Eva Riccobono all'esordio del nuovo programma di "sperimentazione" Eva (via blogosfere.it)

Non voglio certo insinuare che la modella sicula sia stupida, tutt'altro... ma da qui a pensare che presentando semplicemente un programma televisivo di stampo pseudo-scientifico, si possa dimostrare  qualcosa ce ne corre. Non è autrice di un programma, nè di un reportage all'interno di esso, nè chiamata a gestire un dibattito... semplicemente legge e lancia i servizi (discutibili) del programma in questione, niente che una Fiammetta Cicogna non avesse già fatto, o che un Roberto Giacobbo non sappia fare, per quanto non possegga lo stesso phisique du role della modella. Spiegatemi dove sta l'intelligenza, a meno che il saper leggere sia ritenuta una dote ad appannaggio di pochi, e in tal caso, ritengo anche l'intonazione meritevole di una certa attenzione. Il risultato è un programma banale e scialbo (ma di questo la Riccobono non ha colpe) in cui lei decisamente non c'entra niente. Ed è un peccato, visto che potrebbe essere impiegata in molti altri contesti, dove realmente farebbe la differenza, a fronte della sua esperienza sulle passerelle di tutto il mondo. Da quando in qua trovare il proprio posto al sole in uno dei tanti format di moda è qualcosa di esecrabile... di sicuro preferirei lei ad una Miss Italia scialba (vedi la Ferolla su Rai5). 

Però a quanto pare, Franca preferisce sguazzare nei luoghi comuni, dal binomio scienza-intelligenza a quello scontatissimo e francamente superato donna bionda-oca giuliva. Con l'aggiunta di un aggravante: portare ad esempio della sua tesi un'altra celebre bionda, da lei difesa a spada tratta, la onnipresente Beatrice Borromeo, l'unica in grado di saltare da una copertina patinata ad un articolo di denuncia sociale, e nel frattempo tessere stretti legami con un Santoro e un Travaglio di passaggio, e in tutto questo elevata a sacro esempio di intellighenzia italiana perchè "parente di nessuno". Spero di cuore che la Sozzani stesse facendo una velata satira. 

E in tutto questo mi sconforta constatare che la lettura di editoriali di persone che certamente dovrebbero avere una capacità di analisi del tessuto sociale maggiore della media, si rivelino essere un ripescare concetti triti e ritriti: la profondità di queste riflessioni è pari alle sfide bionde contro brune a Non è la Rai. Marylin Monroe ci aveva giocato fino alla nausea sullo stereotipo della bionda svampita, ma era quasi cinquant'anni fa; davvero nel 2012 ci si può ancora perdere dietro avvizzite questioni di carattere neuronico-tricologico?

Andiamo Franca: la rivincita delle bionde è già avvenuta da tempo.

lunedì 16 aprile 2012

Labbra bestiali

Cosa fareste voi per ingannare il tempo durante un noioso pomeriggio estivo? Di sicuro non prendereste della vecchia pittura per il viso usata durante l'ultimo Halloween (o Carnevale, ve la abbono questa!) per realizzare questo

Bzz Bzz... (Via deviantart.com)


Già perchè voi non rispondete al nome di Paige Thompson, giovane artista americana di 21 anni, che ha spopolato sul web per via di questa sua originalissima forma di body painting. Tramite il suo nick di Deviantart, viridis-somnio, ha iniziato a pubblicare questi suoi primi esperimenti artistici, un mix tra fotografia, makeup, body painting. E da subito è arrivato il consenso degli assidui frequentatori, che hanno iniziato a commissionarle soggetti. Così sono arrivati il gatto nero...

Meooowww! (Via deviantart.com)
...poi il più copiato di tutti, il volpacchiotto!

labbra da volpacchiotto (Via deviantart.com)
Infine il granchio...

O_O (Via devianart.com)
... il camaleonte...

Karma, karma, karma, karma, karma chameleon... (Via deviantart.com)
...l'happy hyppo made in USA...

mamma quanto mi ricorda l'ippopotamo dei Pampers! (Via deviantart.com)
...e poi un tenero castorino...

Labbra (e denti) da castoro! (Via deviantart.com)

...un incredibile panda...

O_O parte II (Via deviantart.com)
...la foresta selvaggia rivive nella tigre...

mouth of tiger! (Via deviantart.com)
...ed infine in una strippatissima zebra!

in the jungle, the mighty jungle... (Via deviantart.com)
Ogni scatto necessita di circa 30 minuti di preparazione, più lo studio della posa più adatta per rendere più animalesche le labbra così camuffate.

Un progetto nato per gioco, che sembra sia diventato qualcosa di serio: se infatti, gli inizi sono costellati di pittura scadente e makeup da tutti i giorni, i progetti successivi sono caratterizzati dall'utilizzo di materiali professionali, pitture ad acqua, incluso il celebre aquacolor della Kryolan (il non plus ultra dei professionisti del body painting). E ad oggi vanta collaborazioni con agenzie fotografiche per la vendita delle sue foto, animal lips series e non solo. Se date un occhiata al suo profilo, vi accorgerete che la ragazza aveva già manifestato la sua lip obsession.

Che dire? Questa sì che è una forma d'arte in punta di labbra.

venerdì 13 aprile 2012

Color forecast: la nuova frontiera della comunicazione per Pimkie

Ammettiamolo, lo facciamo tutti. Stiamo lì a scalpitare dalla voglia di indossare i nostri vivaci e coloratissimi capi estivi (che abbiamo acquistato con largo anticipo, più o meno intorno febbraio, mentre fuori infuriava pioggia e vento) e tuttavia un amletico dubbio ci assale: ma non sarà troppo presto? E poi, chi ci dice che abbiamo puntato sul colore giusto? Siamo state lì a sfogliare avidamente riviste di moda e cliccato come forsennate sui principali blog di moda...e se si fossero sbagliate? Magari il color cinabro non rientra proprio nella palette di colori della prossima stagione, ed il tangerine? Quale sfumatura è quella più cool? Roba da rompersi la nostra fragile testolina da fashion addicted. Per fortuna la tecnologia ci viene incontro, promossa, ca van sans dire (oui, je parlè francais com se nient' foss!) dai marchi di fast fashion. E stavolta il colpaccio lo fa Pimkie, marchio francese low-cost, iscritto nella costellazione di brand che gravitano intorno al colosso della grande distribuzione Auchan.

Il colore è uno degli aspetti cardine dei nostri outfit: canna questo, e puoi dire addio alla tua reputazione di fashionista. D'altronde paese che vai, colore che trovi. Così il marchio très èconomique ha elaborato una particolare servizio di color forecasting: collegandosi al sito www.pimkiecolorforecast.com è possibile infatti monitorare e scoprire quale colore va più di moda nelle principali capitali della moda europea. Come? Tramite una rete di webcam installate nei punti nevralgici e più trendy di Parigi, Milano, Anversa (Anversa? No, da quando in qua Anversa è una capitale della moda... a 'sto punto allora Salerno è la nuova San Francisco) che monitorano il passaggio degli abitanti e ne scannerizzano i colori dei capi. Successivamente un programma specifico elabora i dati raccolti, seleziona i colori più indossati e presenta i risultati in tempi reali. Inoltre, è possibile visionare i risultati secondo un timing orario, giornalier o settimanale: vuoi mettere la soddisfazione di sapere che a Milano alle 8 di mattina va di brutto il senape, mentre l'ora dopo è stato soppiantato dal verde oliva? Per aiutarvi nella comprensione del complesso software, ecco un chiarissimo video esplicativo



Il progetto è frutto della creatività senza confini della Happiness Brussels, agenzia di comunicazione di Bruxelles, già partner di Pimkie in occasione di una precedente campagna di comunicazione, sulla base di un software di color-tracking sviluppato dal programmatore portoghese Pedro Miguel Cruz. In cantiere, oltre ad un potenziamento del software su web, anche la realizzazione di un app specifica.
Decisamente sono queste le strategie comunicative che mi piacciono: divertenti, pseudo-utili, nate sul web e diffuse tramite esso. E indubbiamente furbe, grazie ad un servizio integrato che presenta capi Pimkie del colore selezionato dal software: una sorta di color lookbook per orientare le scelte del potenziale consumatore. Come al solito, quindi, sono i brand del fast fashion che hanno qualcosa da insegnare ai grandi marchi del lusso e riescono a rivolgersi ad un segmento di utenza ampio e variegato, sia per fascia d'età che per nazionalità.
Personalmente, sono già diventata color addicted!

CURIOSITA': il colore trendy di Milano in questo momento, 13 aprile alle ore 21.00 è il rosa chiarissimo, pastello. Nonostante il tempo impietoso (ho controllato il meteo).

giovedì 12 aprile 2012

DIY: make your zip hairband!

Voglia di frivolezza, leggerezza, creatività. Solo così riesco a spiegarmi il perchè di questo post: a furia di parlare di cronache fashion-giudiziarie, strategie di comunicazione, gente che viene e gente che va nel fashion system, avevo decisamente voglia di proporvi (ammorbarvi con) un altro progetto DIY (leggi: in realtà sono cotta e non avevo la forza intellettuale di scrivere un post serio!). Vediamo se riesco a scuotere il lato creativo che c'è in voi con questo


tralasciando il netto bicolore dei miei capelli, ecco un progettino veloce veloce per realizzare un hairband davvero originale e soprattutto facile (vi parla una che suda sette camicie per cucirsi decentemente un bottone, ho detto tutto!). Vi occorreranno:

Una zip (indispensabile direi) di qualsiasi colore ma vi consiglio la chiusura dorata, argentata o comunque in contrasto con il tessuto sottostante: l'effetto sarà molto più d'impatto;

un elastico, nello stesso colore della zip, io l'ho scelto abbastanza sottile, in modo da realizzare poi due bande parallele;

ago e filo (e possibilmente una perizia nel cucito maggiore della mia)

bottoni (opzionali)










Procurato tutto?ok, let's go. Inizio con il tagliare due pezzi di elastico, avvolgendoli intorno alla testa per aiutarmi nel calcolare la lunghezza. TIP: la lunghezza va calcolata in base a quella della cerniera, ma tenete conto di tagliarne un pò di elastico in più, così da mantenere la fascia più tesa intorno alla testa.


Cucite gli elastici alla parte finale della zip. Poichè è divisa in due parti, ecco spiegati i due elastici, ma se siete più abili di me (sicuramente) potete utilizzare anche un elastico più grande e cucire l'intera parte finale della zip ad esso.


Cucite l'elastico su entrambi i lati della zip. Assicuratevi di dare parecchi punti alle estremità.
Poi, dato che sono la regina della sobrietà, ho deciso che la fascia era troppo nuda e semplice con una semplice zip, così ho aggiunto un bottone...


...e poi un altro (massì, fai vedere che abbondiamo!)


Naturalmente, se siete più inclini alla sobrietà, potete saltare questo passaggio. Alla fine il risultato sarà più o meno questo:


Io lo trovo molto carino e originale. Se avete più capelli di me (sigh,beate voi!) e soprattutto più voluminosi e ricci, potete aprire completamente la zip per svelare i vostri splendidi riccioli, boccoli&affini.

Fatemi sapere cosa ne pensate!

mercoledì 11 aprile 2012

Diatribe legali intorno ad una G

Ultimamente i tribunali di tutto il mondo sembrano essere impegnati su più fronti, nelle cause intentate da varie case di moda per la difesa del proprio trademark. Se incerto è ancora l'esito dello scontro nella punta estrema del Sud Africa, tra una commerciante fantasiosa e un brand italiano con poca voglia di scherzare (vedi il caso Dolce&Banana, di cui il puparuolo ha egregiamente parlato), lungi dal trovare un accordo è il caso delle due G a confronto, il brand americano amato dalle giovanissime e il colosso italiano della pelletteria di lusso, controllato dalla multinazionale francese Ppr : Gucci contro Guess.
I fatti risalgono a qualche anno fa, quando la storica casa fiorentina ha accusato l'azienda americana di contraffazione, piazzando sul mercato prodotti recanti "imitazioni studiate del marchio Gucci". Secondo l'avvocato della presunta parte lesa Louis Ederer, infatti, Marciano e co. avrebbero elaborato una strategia precisa al fine di sottrarre consumatori al marchio sinonimo del lusso italiano nel mondo; e non si parla di accuse campate in aria, ma di dati concreti: oltre 200 milioni di dollari, questi i guadagni sfumati a seguito della concorrenza sleale operata dagli americani, almeno stando ai calcoli dell'azienda fiorentina.
Tutte accuse infondate secondo l'avvocato della Guess, Daniel Petrocelli: inutile tentare il raffronto tra due marchi che si pongono in segmenti totalmente diversi sul mercato, con capacità di spesa radicalmente differenti. Anche il tipo di prodotto risulta diverso, secondo il legale, in quanto "Guess non ha alcun motivo di essere come Gucci e non ha pianificato di essere come Gucci: Gucci utilizza la pelle, Guess la plastica".
Due diverse strategie di penetrazione, quindi, così come due diversi consumatori-tipo. Eppure le motivazioni non sembrano essere sufficienti per Gucci. In risposta Louis Ederer ha elencato quelle caratteristiche che gli americani avrebbero liberamente riprodotto: la G stampigliata e riprodotta sull'intero tessuto, il ricamo a losanghe, l'utilizzo di bande di color rosso e verde, tutti eblematicamente riuniti in un modello in particolare, la sneaker da uomo, modello Melrose

In alto la sneaker firmata Gucci, in basso quella firmata Guess...o viceversa?aspè, mmm...boh! (via Fashionista.com)
Difficile dimostrare la propria estraneità ai fatti e parlare di semplici coincidenze... In difesa della Guess si è mosso anche l'ad Paul Marciano, che ha definito il pattern  in questione come "comune nel mondo della moda e non un particolare di Gucci". Ma se per una suola rossa non si può invocare il trademark, diversamente non si può dire di una trama così curiosamente simile. Ad aggravare il tutto ci si mette anche le prove a carico di Paul Vando,ex direttore del settore prodotto uomo della Marc Fisher Footwear, l'azienda terza fornitrice di calzature per la Guess: secondo l'accusa, infatti, la Marc Fisher avrebbe fornito campioni di tessuto Gucci per i fornitori della Guess, al fine di "trarre ispirazione" da colore e trama, giocando quindi un ruolo fondamentale nel piano di contraffazione ordito dall'azienda made in USA. A provarlo sarebbero una serie di mail scambiate tra l'azienda terza e la Guess, che sembra facciano riferimento a prodotti specifici di Gucci, inseriti in un lasso di tempo tra il 1995 fino al 2008. E in tutta risposta, Paul Vando sembra abbia difeso le strategie aziendali, ammettendo che era prassi comune della Marc Fisher trarre ispirazione e prendere spunto da modelli celebri di quasi 100 marchi, dai più sportivi come Nike e Puma, a quelli più stylish e di lusso come Prada e Louis Vuitton. E secondo Fashionista, Marc Fisher non è estraneo a casi di violazione del diritto di proprietà intellettuale...

Una curiosità: di fronte alla denuncia presentata tre anni fa da Gucci, sembra che Paul Marciano si sia domandato il motivo di tale ritardo, a fronte di una violazione risalente già dal 1995. Ebbene, pare che l'avvocato interno alla Gucci abbia dimenticato di rinnovare la propria appartenenza all'associazione legale di Stato (una sorta di Ordine di avvocatura americano), senza la quale risulta impossibile esercitare la professione in alcuni stati USA.

Senza parole: impossibile non pensare ad una puntata stramba di Ally Mcbeal.
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